9.10.09

Hometown Blues




Io... non la voglio. Per favore, smettila!
Non riesco... Non riesco più a spegnerla...
Ti prego, lasciami in pace...
Voci, ancora voci. Mi parlano dentro, e io non voglio più ascoltarle.
Perché a me? Perché io?
Non riesco più a ricordare quando è cominciata...
Sulle prime ne ero felice, potevo guardare al di là. Di me, di te, di questo nostro tempo presente.
Ma ora... Ora è troppo. Persino per me.
Mi scorrono nella testa, non mi danno tregua...
Io... voglio tornare indietro. A prima... Quando tutto era normale e non avevo l'impellenza di evacuare ogni istante, in ogni momento di insano e inutile tormento.
A che pro continuare? Ti supplico, lasciami andare.

Le luci del lunapark.
Ipnotiche convulsioni.
Una stazione semideserta, i graffiti, le luci dei lampioni.
La vecchia giacca jeans di tuo padre. Direttamente dagli anni '70.
Non riesci a credere che allora fosse così magro.
Una spilla del RomaDocFest. Quella con il nasone.
La indossi ancora con fierezza.

Cristo, sono passati così tanti anni!
Erik Gandini e la sua intraprendente passione, il suo cogliere sempre in fallo l'interlocutore, spacciando l'insidia giornalistica per ingenuità.
C'era anche quel tale, come si chiamava? Alberto Grifi.
Ricordi un timido approccio ammirato. Che tipo stravagante. Il suo giocare con la cinepresa, la macchina per lavare i nastri, i suoi capelli arruffati.

Incroci le gambe, ti sistemi nell'attesa, sfogli ancora quel libro, sulla Sincronicità. Cerchi in lui le risposte sul "Che cazzo faccio qui, in questa epoca, in questo momento, con queste fattezze, con questo cervello, con questi tarli nel cervello...".
Ti affascina, questo danzare di particelle. Persino tu in questo momento stai danzando, anche se non te ne accorgi. Sei un ammasso caotico di particelle danzanti.
La radio aiuta. Dizzie Gillespie, Miles Davis... La potenza del jazz.
Buchi neri di te spazzati via in un attimo dal soffio di uno swing, che immagini trascinarti a danzare scalza, libera e selvaggia nel convoglio di questo treno sgarrupato chiamato Periferia.

Finalmente arriva, e tu non lo senti. Ti scosta i capelli, se lo immaginava.
Sempre quegli auricolari, per salvarti dal mondo. Per salvarti da te stessa.

Sarà. Ma la testa continua a pulsare. E a farmi male.


YUKI, AKA PRISMA TBFKA MUSEUM


Soundtrack: Everything In It's Right Place - Radiohead

7 commenti:

Mio ha detto...

Mi spiace sentirti così confusa e imprigionata te stessa e non libera da quel tarlo.
Forse la soluzione almeno temporanea sta nella ricerca del tuo swing.
Mi risulta difficile dire qualcosa di più se non mandarti un virtuale caldo abbraccio.

Buona silenziosa notte Museum, davvero!

Roberto


PS: se posso e scusa se mi allargo oltremodo nella tua sfera, quindi mandami pure a ca___re, quella label tienila solo se non lo pensi davvero ok?!? TU NON SEI!

Yuki ha detto...

@Mio: ah, tranquillo. Normale amministrazione da queste parti ;) Grazie dell'abbraccio, che ricambio! E devo proprio dirtelo: meriteresti una medaglia al valore, per come resisti ai miei flussi incoerenti di parole, AHAHAHA! Grazie di cuore.

liberoPensieRoberto ha detto...

Ciao ti leggo spesso, ma commento poco.
Embè? :)

L'inizio di questo post sembra un pensiero di Joanne d'Arc.

Vai forte.
Ciauuuuuuuuuu

Yuki ha detto...

@Rò: grazie davvero! È che si ha sempre bisogno di sentirselo dire... :) Se no sembra di parlarsi addosso come i matti. Appunto! :D

fabio r. ha detto...

riusciremo mai a spegnerla per un po' 'sta cacchio di testa?
buon WE genius

Ishtar ha detto...

Qualcuno più grande di me dice che per spegnere la testa potrebbe aiutare la meditazione...prima o poi ci proverò, un abbraccio

Yuki ha detto...

@fabio: forse solo colpendola con una mazza da baseball! Beat on the head with a baseball bat! ;)

@Ish: hehehe. Mi sembra un buon consiglio, ma non mi ci vedo per niente...