16.12.11

The Importance... Of Being Mad!




Non scrivo quasi mai recensioni, di nessun genere, il più delle volte perché mi costa fatica dipanare in una forma comprensibile il bolo di emozioni verbali e non verbali che mi resta dentro dopo aver goduto del frutto della creatività altrui. Riesco a farlo soltanto quando l'accumulo è tale e talmente potente da far saltare il tappo che tiene pandorianamente chiuse le mie parole, dopo tanto fluire proveniente dall'esterno. Questa notte è stato così.

Da tempo, per motivi soprattutto di ordine pratico, la visione di film in sala e non si è drasticamente ridotta a favore di serie televisive, inglesi e americane. Non scordo chi un giorno mi disse, lontano mentore di giorni di sogno, che le grandi menti della scrittura si erano da tempo trasferite dagli studi di Hollywood al regno delle tv via cavo. Non possiedo gli stessi parametri di giudizio di chi si era espresso in questo senso, ma la mia sensibilità - questa sì, credo di possederla, e non sempre è un bene - mi fa dire che aveva ragione.

La puntata numero 7 della quarta stagione di Mad Men ne è un fulgido esempio, così forte da impedirmi di togliermi gli occhiali, spegnere il computer e andare a dormire, come faccio di solito dopo essermi immersa per i tre quarti d'ora canonici nel mondo della pubblicità di una ruggente New York anni '60. Stanotte qualcosa si è smosso dentro di me, riportando a galla tutto un mondo che, a pensare che sono già passati cinque anni, fa quasi paura.

Chi conosce la serie avrà avuto modo di entrare, puntata dopo puntata, in quello che sarebbe poi diventato il terreno di coltura della società consumistico-recessionista di oggi, quasi come se qualcuno avesse lasciato inavvertitamente aperte le quinte di uno spettacolo di successo i cui segreti sarebbero dovuti restare tali, per perpetuare la sospensione dell'incredulità che da sempre lo tiene in piedi. Chi l'avrebbe mai detto che un giorno ci avrebbero permesso di sbirciare nelle stanze in cui si studiano i nostri più profondi desideri e si 'pilota' cosa dobbiamo comprare, chi, in definitiva, vogliamo essere?

Tra strette di mano, fusioni, accordi sotto banco, emancipazione femminile agli albori, mobbing omofobico ante litteram, strategie militar-pubblicitarie, vecchi rancori e vecchie conv(i/e)nzioni, attraverso le vicende della Sterling-Cooper (poi anche Draper-Price), col senno di poi possiamo ripercorrere i nostri vecchi passi e capire com'è cominciato tutto, ma senza rimpianti.

Per quale motivo proprio la settima puntata della quarta serie? Perché magistralmente, dopo un'inizio ordinario, quasi in sordina, e un'escalation sotterranea e abilmente costruita, conduce chi guarda ad un poderoso climax che è conseguenza e summa di tutto quanto è stato seminato dall'inizio fino a questo momento. Ecco perché amo le serie angloamericane. Non ci sono 'spiegoni', parole in eccesso, forzature estreme. Tutto è seminato con attenzione. E ciononostante i personaggi non smettono di sorprenderci, senza tuttavia mai stonare. Tridimensionali nel vero senso della parola, anche se in questa serie alcuni di loro mi sembrano soprattutto multidimensionali per la molteplicità di luci ed ombre che si intrecciano nel loro passato e presente. Mi riferisco a Don Draper e a Peggy Olson, le cui linee narrative arrivano in questa puntata a ricongiungersi fino ad entrare in collisione, dopo un lungo percorso fatto di non detti, piccole vendette e rancori taciuti, dove carriera e privato arrivano finalmente a collassare portando alla luce il vero motivo che li ha sempre uniti, in un rapporto difficile da definire, se ci si limita agli standard tipici di quella mediocrità superficiale che di solito è l'unico canale di lettura che le persone tendono ad usare per catalogare anche ciò che è al di là della propria comprensione e immaginazione.

La solitudine di entrambi in questo episodio è schiacciante. Ogni maschera finisce per cadere e la nudità che per brevi istanti li rende figli dello stesso dio minore, fratello e sorella d'anima in cerca entrambi di colmare quel vuoto ancestrale che continua a chiamarli a sé sin dalla tenera età, non ha niente di sessuale, ma è violentemente tenera e pulsa d'innocenza niente affatto ingenua, piuttosto avida di riscattarsi e dimostrare a tutti quanto vale, nonostante le fragilità che la rendono così autodistruttiva e, al contempo, combattiva e fiera.

Non vorrei dire di più, se non che mi sono tornati in mente quei giorni in cui ho saputo sfidare me stessa e le mie paure. In cui mi sono trovata in stanze 'segrete' a scrivere da protagonista, dipanando storie e accadimenti seguendo la traccia concordata, dosando sapientemente escalation di emozioni e sentimenti, lim(it)ando le parole e ampliando la 'visione', senza alcuna certezza, di futuro o pecunia. Soltanto per imparare e sperare.

E se ricominciassi da dove 'ho' lasciato? No. Indietro non si torna, né si può tornare. L'istinto, mia somma guida, mi dice che va bene così. Ho preso quel che c'era da prendere. E mi riferisco ai 'tesori' che niente hanno a che vedere col denaro o la smania di successo. Pezzi del puzzle, che un giorno andrò a completare. A modo mio. Perché è così che deve essere. Nel frattempo, sarà un vero piacere lasciarmi guidare lungo il sentiero da certi gustosi sassolini che altri, più bravi di me, avranno lasciato in giro. Finché avrò occhi per guardare, e orecchie per sentire, io non mollo! Questo è sicuro.

Vi lascio alla canzone su cui scorrono i titoli di coda della puntata... perché, va detto, anche la colonna sonora è di gran classe!


YUKI, AKA PRISMA

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Soundtrack: Bleecker Street - Simon & Garfunkel




Fog's rollin' in off the East River bank
Like a shroud it covers Bleecker Street
Fills the alleys where men sleep
Hides the shepherd from the sheep

Voices leaking from a sad cafe
Smiling faces try to understand
I saw a shadow touch a shadow's hand
On Bleecker Street

A poet reads his crooked rhyme
Holy, holy is his sacrament
Thirty dollars pays your rent
On Bleecker Street

I heard a church bell softly chime
In a melody sustainin'
It's a long road to Canaan
On Bleecker Street
Bleecker Street

2 commenti:

salvatore fittipaldi ha detto...

Bentornata o forse "bentornato io"! bella recensione di un "mondo"che chi come me non segue certe cose...ottimo il linguaggio...tutto scritto con il cuore e grande approfondimento...un bacio

I am ha detto...

Non ho la televisione e non conosco la serie ma la tua recensione è molto bella è un intreccio tra te e la storia, non sono riuscita a trovare i confini e questo è meraviglioso come lo sei anche tu, straordinaria donna in un mondo che lo ignora anche per se stesso