Rido. Non riesco a crederci.
Due fantasmi.
Ancora i miei sedici anni.
Un Tu che non esiste più. Redivivo.
L'immagine, attuale, di com'eri prima.
Un altro Tu che esiste ancora, altrove.
Un clone assolutamente credibile.
Troppe le somiglianze, per non sorriderne.
Nello stesso posto, asincronicamente, per lo stesso scopo. In tempi diversi.
Mi viene da ridere ancora.
Aspetto. Non intendo forzare. Non più.
Finito è il tempo dell'impulsività urgente. Finito il tempo degli "oraomaipiù".
Adesso (a)spetta a Voi.
Campa, cavallo!
Intanto, una piccola fenice porta la luce dove prima era il buio.
O, almeno, ci prova.
YUKI, AKA PRISMA Permissions beyond the scope of this license may be available here.
Paradossale, in questo mio star male il tuo abbraccio (in)naturale in uno squallido ospedale.
Non odo quel che dite, ricordi d'antracite: Stalattite, o Stalagmite?
YUKI, AKA PRISMA TBFKA MUSEUM Permissions beyond the scope of this license may be available here. Soundtrack: Black Heart - Calexico
Spring is frozen now I'm stuck in low Wrapped with wire, tapped to the heart Can't find no poison, now I've got no cure (the) fangs are stuck inside my skin Payne county line Watching unjust claims One man's righteousness is another man's Long haul, sentence carried out Long haul, counting the miles To the four corners of the world Spring is rusted shut, (faith's) coiled and cracked Apparitions worth their weight in gold Scratched in metal, name erodes away Hands are scarred, heart is charred Burnt though, and ashen Trip on fence post line Sifting through the remains One man's close pursuit is another man's Last chance, make it through the divide Last chance, suffer the weight or get buried by this Black heart, sweeping over the land Black heart, crawling its way
Rifugge la realtà, la sposa bistrattata. Sogna il suo riscatto, dà un nome all'Amore che avviluppa le cicatrici per farne sbocciare Felicità e Speranza. Cosa le dirò, quando aprirà gli occhi davanti al Vuoto? Cosa mi dirò, quando la vedrò ripiegarsi come uno sgraziato origami? Quale nuova Realtà sostituirà alla sua, che non avrà funzionato? Chi di noi sarà l'inevitabile pedina del suo disegno tenero e crudele? Vorrei non esserci, quando questo accadrà. Perché accadrà, da questo non si sfugge.
La mente umana è un oscuro mistero. Trasforma il dolore come può e, nel farlo, travolge ogni ostacolo. Compresa se stessa.
"Da allora più d’uno si sarà chiesto che cosa nascondesse quella strana apparizione di poesia, nata su nessun terreno di cultura, eppure precisa nei suoi lineamenti estremamente raffinati e personali. C’è il mistero delle anime più semplici, c’è la grazia, il rapimento estremo, il dolore di fanciulla, c’è l’oscuro interrogarsi del sangue, l’estasi, espressi in modi violenti e sicuri che possono far pensare al linguaggio dei mistici in amore...”.
Dal risvolto di copertina della prima raccolta di poesie di Alda Merini, "La Presenza di Orfeo", 1953.
YUKI, AKA PRISMA TBFKA MUSEUM
Un ringraziamento speciale va all'iniziativa "L'Opera a Teatro" a cura del Teatro dell'Opera di Roma, nata a sostegno della Musica che, a causa dei pesanti tagli e del calo della richiesta da parte del pubblico, è sempre più a rischio nel nostro paese. Grazie a Barbara Agostinelli, Paolo Finotti e Andrea Bergamelli, eccellente trio d'archi che ha saputo catturarmi ed emozionarmi, a dispetto della mia ignoranza musicale. Grazie alla Giovane Orchestra dell'Opera di Roma e al Maestro e Direttore Germano Neri, per avermi iniziato alle gioie della musica operistica e sinfonica, sapendone raccontare le basi con parole semplici e accessibili a tutti. Non è vero che le persone non sanno scegliere l'Arte. Questo piccolo esempio è la dimostrazione che, se adeguatamente stimolato e "stuzzicato", il pubblico è perfettamente in grado di scegliere. Continuate così!
Soundtrack: Intermezzo da Cavalleria Rusticana - Mascagni - Berliner Philharmoniker, Herbert von Karajan.
Di giorno, ieri, dopo tanto tempo, hai riso di cuore. Sguaiatamente. Con la carica che ti era rimasta dentro dalla sera prima, grazie alle risate tra persone speciali. Risate semplici, fatte di niente. Ma di un Niente che riempie, fino a farti tenere la pancia con le mani, fino a farti scendere lacrime che per una volta non sono di dolore. E la carica ilare è durata per quasi un giorno intero, fino a dissolversi la notte. Perché se tutto si regge in fragile equilibrio nelle ore diurne grazie al tuo talento da Hans Brinker, di notte lui sa stanarti, turbarti il sonno, insinuandosi di sinapsi in sinapsi attraverso i tuoi neuroni mai dormienti, in un corpo fintamente rilassato che, nel silenzio illuminato da luna e lampioni, continua a soffrire, non solo metaforicamente.
...ed ecco che ti colpisce sul tuo punto più debole, l'orecchio. Il tuo piccolo orecchio sinistro. Lo sai che amo la Musica! È un agile scatto di rabbia e tutti i vostri contrasti sono incanalati in una forchetta, assurdamente reale nella sua onirica follia. Assurdo, ancor di più se pensi che nella vita reale non ti ha mai torto un capello. Ti svegli di colpo, dopo l'angosciosa sensazione di un urlo muto, in quell'inutile richiesta d'aiuto che nei sogni viene spesso negata quando la voce si rifiuta di uscire dalle nostre bocche disperate. Apri gli occhi, l'orecchio è bagnato. Che sia sangue? No che non lo è. Ma l'anima, lei, continua a sanguinare. Ed io, anche oggi, ho bisogno di ridere. Ridere tanto, e così forte da far tremare la paura. So che posso farcela. D'altronde, non sarebbe la prima volta.
Sono ancora qui. Questo è quello che conta.
YUKI, AKA PRISMA TBFKA MUSEUM
Soundtrack: Your Hand In Mine - Explosions In The Sky
In cerca di un'ispirazione che potesse raccontarmi chi ero, ho finito per perdermi nei ritmi di un'artista scomparsa, nei suoni di una melodia già sentita, nel canto di una voce che vorrei fosse la mia.
Nel cercare un'immagine di me, la migliore che mi abbiano mai scattato, sono inciampata in vecchie foto di famiglia, in vecchie foto di me. Inutile dirlo, la foto "migliore" non l'ho più trovata. E non è un caso. In fondo era solo una finzione, frutto dell'idea di un'amica che, per un pomeriggio, aveva voluto truccarmi, vestirmi e pettinarmi per poi scattarmi delle foto che avrebbero dovuto lasciar risaltare qualcosa che, a ben guardarlo, mi piaceva da morire e al contempo mi faceva sentire estranea a me stessa.
Ho ritrovato foto belle e meno belle, e anche le peggiori, quelle di cui mi vergogno, quelle che non mi rendono giustizia. Qual è la me che voglio? Quella che si dibatte tra il migliore o il peggiore, nell'istantanea imprendibile di un attimo che non c'è? Quella che non esiste e forse non è mai esistita? Quella muta, immobile e silenziosa di certe strane solitudini dell'anima, o quella sorridente, gioiosa e piena di vita che scaturisce da certe miracolose collisioni?
La foto di famiglia, l'unica davvero al completo, va ormai dissolvendosi nell'acido dei problemi irrisolti cui non posso più porre rimedio. L'immagine di mia madre mi colpisce forte dentro. Io che mi arrampico sul suo corpo, lei che mi avvolge in un abbraccio protettivo, lo sguardo dolce rivolto all'obiettivo.
Dove sei finita? Perchè mi fa ancora così male? Perché non riesco ad accettare il cambiamento?
Ah, si potesse vivere danzando solamente, sciogliendo ogni laccio col passato senza per questo perderne il concime...
YUKI, AKA PRISMA TBFKA MUSEUM
Soundtrack: Senza Origine - Valentina Giovagnini Balla fino a che pace non c'è Balla fino a che terra non è Prendimi così stringimi a te Gira intorno a me canta con me Gira intorno a me canta con me Balla fino a che pace non c'è Senza origine da strade e vie tornano in me le false lacrime dei re solitudine che inganno sei che inganno sei nei giorni miei Balla fino a che pace non c'è Balla fino a che terra non è Prendimi così stringimi a te Gira intorno a me canta con me Balla fino a che pace non c'è Balla fino a che alba non è Gira intorno a me canta con me Balla fino a che pace non c'è Senza origine tra uomini e no scivolerò ancora in un deserto al neon per non essere straniera mai nemica mai negli occhi tuoi Piramidi che girano in un gioco di luce non fermarti mai in questo rito che tempo non ha
Poesia, dove sei finita? Ti cerco in me, ma non ti trovo. Insofferente, troppo. Persino a me stessa. Come stai? Domanda inutile. Ti dirò che sto bene. Perché in fondo, se ci penso, non c'è niente che non vada. Niente di nuovo, almeno. Eppure mi sento strana. Un'inquietudine misteriosa si impadronisce di me quando non ci sei. Come se tu riuscissi ad assorbire col tuo corpo tutti i miei demoni e li neutralizzassi.
Quando tuffo il mio viso contro di te, in cerca della tua mano, in cerca del tuo odore. La paura scompare.
Oscure, gelide correnti mi attraversano tutta intera. Chiudo la finestra. La sensazione non cambia. Dev'essere tutto l'irrisolto che mi trascino dietro da sempre. Quel peso morto di cui ancora non riesco a liberarmi. A volte è così forte lo smarrimento, che niente più mi dà conforto. Cerco in me le forze, ma in certe giornate vengono meno. E in fondo mi sento anche un po' egoista. C'è chi sta peggio, a me cosa manca? Cos'ho da lamentarmi? Non ne ho alcun diritto. Sono giornate così. Che non ti spieghi. Che la gioia ti neghi. Senza un vero perché.
Quando non c'è un nemico vero, concreto, tangibile, non hai nessuno con cui potertela prendere. Non è una persona, non è un'istituzione, non è una malattia che si possa provare a curare a suon di radiazioni o medicine. È l'impotenza, ciò che più mi uccide. Questo silenzioso dolore che ora non posso debellare. Da cui, un domani, potrò solo scappare. Senza potermene mai liberare davvero. Sempre con l'incubo del peggio che deve ancora venire.
Come posso combattere contro qualcosa che dovrei amare?
Serpeggia, scorre come veleno, abbattendomi senza pietà. Giorno dopo giorno, attenta alle mie riserve energetiche con malcelata avidità. E finisci per sentirti solo un mediocre spettatore senza coglioni. Uno che si limita a mettere orrende toppe a un vestito che continua a scucirsi, ogni giorno più logoro, ma che sarebbe troppo dispendioso cambiare. Nessuno che possa capirti davvero, ed è naturale. Quando il grigio cala su di me in questo modo sottile, non ho nemmeno voglia di parlare. Finirei per ripetere le stesse cose trite e ritrite. E chi ascolta mi proporrebbe una volta ancora la sua soluzione.
Quando mi sento così, non voglio parole. Solo lasciarmi andare su un tappeto di calore. Esorcizzare, dignitosamente, questo dolore.
Non temete. Va tutto bene. Ogni tanto ho solo bisogno di tornare a respirare...
YUKI, AKA PRISMA TBFKA MUSEUM
Soundtrack: Here Comes The Flood - Peter Gabriel
When the night shows the signals grow on radios All the strange things they come and go, as early warnings Stranded starfish have no place to hide still waiting for the swollen Easter tide There's no point in direction we cannot even choose a side.
I took the old track the hollow shoulder, across the waters On the tall cliffs they were getting older, sons and daughters The jaded underworld was riding high Waves of steel hurled metal at the sky and as the nail sunk in the cloud, the rain was warm and soaked the crowd.
Lord, here comes the flood We'll say goodbye to flesh and blood If again the seas are silent in any still alive It'll be those who gave their island to survive Drink up, dreamers, you're running dry.
When the flood calls You have no home, you have no walls In the thunder crash You're a thousand minds, within a flash Don't be afraid to cry at what you see The actors gone, there's only you and me And if we break before the dawn, they'll use up what we used to be.
Lord, here comes the flood We'll say goodbye to flesh and blood If again the seas are silent in any still alive It'll be those who gave their island to survive Drink up, dreamers, you're running dry.
Un altro. Cadiamo così, come le mosche. - A che ora è il funerale? - Alle dieci. Sveglia alle 6. Io e il babbo. Si torna al paesello. La mattina della vigilia di Natale.
Tira vento, ma non fa più un freddo becco. E c'è persino il sole. Il prete fuori dal comune e la sua omelia. Mi sei piaciuto, anche stavolta. Anche se sei strambo forte.
Si cammina tutti lemme lemme, a messa finita, dietro il carro funebre. E penso menomale. Ora hai smesso di soffrire. Povera zia, che te ne sei andata un fracco d'anni fa, quando morì tuo marito. Che la tramontana mica t'ha fatto onore, e invece di portarti via con lui ti ha regalato nove anni di passione, perdita di lume e smalto, e progressiva regressione. Fino al deterioramento delle ultime settimane. Se l'aveste vista, non l'avreste nemmeno riconosciuta. Povera F. Si può amare una persona fino al punto da cessare di esistere, in barba al corpo terreno che continua la sua ipocrita e vuota esistenza, nonostante la mente se ne sia andata a ramengo da tempo? Se penso a come stasera ti sei preso cura di me, angelo mio, come nemmeno io sono in grado di fare, e a quanto ti amo, non stento a crederlo. Ma piuttosto un colpo in testa, che finire così, lentamente, nella sofferenza mia e altrui. Povera, piccola F. Ottantatre anni in un corpo di bambina. E ora eccoti lì, accanto a lui, mentre murano il tuo mucchietto d'ossa accanto alle sue. Sotto c'è mia nonna. Ho fatto appena in tempo a conoscerti, 28 anni e 9 mesi fa, e a piangere dallo spavento davanti al tuo aspetto austero e quell'orrido cappello.
La cappelletta di famiglia cade a pezzi. I cugini rimasti discutono sul da farsi, eccetto mio padre che, da buon orso, spesso se ne resta un po' in disparte, anche coi pensieri. Sarà, ma a me, quando sarò morta, non m'importerà una sega, come dicono da queste parti. Ho sempre pensato di farmi cremare e far spargere le mie ceneri in mare. Ma ho scoperto che è vietato. Pensa te! Son capaci di romperti i coglioni anche da morto, come direbbe praticamente due terzi della mia famiglia di toscanacci. La parolaccia, che mia madre odia tanto. È volgare. Sarà. Per me sono molto più volgari certi comportamenti ipocriti. Come il mio oggi, per esempio. Tentare di spiegare a tutti perché anche stavolta non c'eri. E lo sai mà? Mi sono proprio rotta i coglioni. E anche se è Natale e ce l'ho messa tutta per coprirti, per difenderti, anche da lui che ti usa come foglia di fico per le sue mancanze - me l'ha ordinato il capo, il generale ha detto così, et cetera et cetera et cetera - anche se è Natale e bisogna essere tutti più buoni, io penso di esserlo anche troppo, e non per mia scelta. E anche se sto in riserva, mi son messa a fare l'eroina. Finché a tavola, davanti all'ennesimo io non bevo, sono crollata. Che stronza. Dovevo immaginarlo, non sono di pietra! E certe volte devo dire no. Ma non perché sono stronza. Perché non sono come gli altri. Ho l'energia contata. E non posso permettermi il lusso di esaurirla.
Mi spiace nonna, per aver rotto quel bicchiere. Credo fosse tuo. Lo so che non puoi rispondermi, e allora? Scusa posso dirlo, almeno? Scusa un corno. Ha resistito per 29 anni, quel bicchiere. Eh, lo so. Anche io. Ecco, allora vedi di starci più attenta, la prossima volta. Che i bicchieri rotti si buttano, ma anche i cristiani. Già.
Quante cose che non puoi dire. A che servirebbe? Tanto non capirebbero. E altre, semplicemente, non le puoi dire per puro istinto di sopravvivenza. Eppure non è stato così male, oggi. La piccola M., per esempio. Non te lo saresti mai immaginato tuo cugino S. andare così in brodo di giuggiole. Hai visto che capolavoro? Eh, già, cuginastro che non sei altro. E lei sembra essere nata per fare la mamma. Semplicemente perfetta. Nonostante sia più giovane di me.
E poi il pranzo della vigilia, e zia A. che prende sottobraccio zia F., quando fino a poco tempo fa nemmeno si salutavano. E la tua foto, cugino C., mentre imbracci la chitarra, il sorriso felice di chi vuole essere ricordato così. Lo sai? Ero riuscita a non piangere oggi, finché non ho varcato la soglia della tua cappelletta. La chitarrina in miniatura e la targhetta degli amici che sentono il vuoto immenso che hai lasciato. Lo vuoi anche tu il ricordino di C.? Accidenti se lo voglio. Come vorrei averlo potuto sentire cantare e suonare almeno una volta. Mannaggia alle distanze. Zia cara, spero proprio che oggi non resti sola a casa. Continui a ripetere e a rivivere milioni di volte la stessa scena. La morte improvvisa del tuo unico figlio. L'altra zia F. aveva cominciato così, quando morì suo marito. Speriamo tu non faccia altrettanto.
Sono le quattro, più o meno. Piove e ci aspettano almeno due ore di macchina. E la mamma ci aspetta per il cenone. La tua vecchia autoradio a cassetta. Fortuna che qualcuno si è ricordato che avevamo l'adattatore. Collego il lettore mp3 ed è fatta. Lo shuffle regala a questa desolata campagna dal sapore autunnale un'aura di mistero e fragilità. Calcolo i tempi. All'imbocco dell'autostrada farò partire la mia ultima creatura. Così puoi sentire cosa combina tua figlia al computer, oltre a tutto il resto. E magari entriamo pure nel clima che una sera come questa dovrebbe possedere. È o non è quasi Natale?
Pochi istanti e l'auto si trasforma in un carillon. Sorrido, non ci posso credere! Fa tutto un altro effetto sentirla qui. Ti piace. Rientriamo a casa e sono felice. Resisto persino al fuoco di fila delle sue domande, al lavoro perso, ai casini lasciati ad accumulare per poter essere presente oggi, lì dove credevo di dover essere, anche se ora, onestamente, non lo so più. E poi le mie crisi e quella musica ripetuta a loop. E le mie cuffie nuove di pacca... i bassi come non li avevo mai sentiti, non certo con le mie vecchie cuffiette di skype! Sorrido come un'ebete e penso a quanto ti amo! E poi l'altra sorpresona... Ma come ti vengono? Mi risparo per l'ultima volta la playlist self made. Non tutto è perduto. Nemmeno il foglietto con la tua poesia, Don Roberto. Che più che un prete mi sembri uno scrittore mancato, scusa l'insulto. Ma sai, tra "colleghi" ci si riconosce. E anche tra "pazzi".
A buon rendere...
Buon Natale......!
Tutti gli uomini hanno bisogno di tenerezza, ma sono piuttosto restii a riconoscerlo. Recitano la parte delle persone adulte che si controllano. Eppure è così chiaro che in ogni cuore si nasconde quel bambino che eravamo e che non è mai cresciuto. Il bisogno di tenerezza è rimasto là... come un fiore bisognoso di acqua. Non avere vergogna di Dio. Non temere di chiedergli di avvolgerti nella sua infinita tenerezza.
Lascia che Dio ti prenda in braccio.
Lascia che Maria lo deponga nella culla del tuo cuore.
Le parole aggrumano, faticano ad uscire. Una condensa caotica che odora di sconfitta. Pensi, mentre agisci. Stupidi gesti che non hanno niente a che vedere con quello che hai dentro. Ma non puoi evitarli. La odi, ma non riesci a staccarti. Non puoi. Non ora.
Era iniziata bene. Gli affetti più preziosi capaci di sorprenderti al risveglio. Un giorno che non è più uguale a tutti gli altri. E poi lei, che sceglie proprio quel giorno per farsi strada nei cunicoli oscuri di una famiglia mozzata. Un albero genealogico monco, pieno di buchi e rami spezzati. Sai che è lui la causa di tutto. Dei dèmoni che ti braccano anche di giorno. Ma non sai proprio come rimediare.
Forse dovresti troncare, come ha fatto lei. Ma è una soluzione che temi. Ti conosci troppo bene per non sapere che sarebbe definitiva. E tu non sei ancora pronta per un non ritorno.
Cerchi di rimediare a un pomeriggio nero, mescolandoti alle note nel buio che sa proteggerti abilmente tra decine di persone. Una fusione. Il tuo corpo è uno strumento, anche se non emette alcun suono. Chiudi gli occhi, non puoi evitarlo. La Musica va vissuta. Non c'è alternativa.
E oggi? Non riesci nemmeno a guardarla in faccia, non puoi fingere che non sia successo niente. Nei tuoi occhi è tornato il rancore, la rabbia, il fastidio. Nei tuoi monosillabi tutta la frustrazione, per quei soliti ordini che non riesci a rispettare come vorrebbe.
Scusami se non sono perfetta.
Ritorni col pensiero a una magica serata, a una frase che ti è rimasta incollata dentro, e che è riuscita a farti piangere senza ritegno, nel bel mezzo di un concerto. In silenzio.
...ed entrerà la luce in questa casa...
Sai che l'unica via d'uscitaè quella che la vita in questo paese continua a negarti.
Ma adesso non ditemi che devo scappare. Non posso. E non voglio.
E ti ringrazio, angelo mio, per sapere sempre come afferrarmi prima dello schianto, quando nei miei occhi spenti intravedi il pianto.
Sicura, senza tradire emozioni, dici: "Scappa!". Serri i pugni e soffochi un grido, e in silenzio supplichi: "Resta!".
Ricordi il mantello dell'invisibilità? Chi non ne ha mai desiderato uno, almeno una volta nella vita. Da piccola, infinite volte ho sognato di averlo. Per sfuggire alle interrogazioni, alle prese in giro dei compagni, alle ramanzine dei genitori, alle ire e alla ciabatta della vecchia vicina a cui, tra amici, si era fatto un dispetto. Mai avrei immaginato che un giorno mi sarei inconsapevolmente cucita addosso un mantello simile per l'eternità. Ora che sono diventata un tutt'uno con lui mi sembra quasi impossibile persino pensare di tirare fuori una mano da questa liquida oscurità. Lo slancio, momentaneo, che a volte mi coglie come un impulso animale, trova sempre l'ottusa consistenza del muro e muore, prima ancora di nascere.
Come convivere con questo duplice istinto di apertura e chiusura? Come coltivare rapporti che non siano solo mediati, filtrati, differiti? Che profumino di lacrime e sudore, di sangue e abbracci, sorrisi e pacche sulla spalla?
Ci vide bene chi, per primo, gettò il mantello e con lui la sua falsa sicurezza. Lo capisco soltanto ora. Ora che è troppo tardi. Ora che sono diventata quel mantello.
Soundtrack: Luna - Verdena Dipingimi distorto come un angelo anormale che cade Offendimi, se odiare è un crimine il prezzo è uguale e fa male E vedo te, io e te, niente conta in fondo Illumina annulla le paure oh luna nulla è uguale Sarò così onesto come se tu fossi il mare, il mare E vedo te, io e te, niente conta e crolla, crolla E vedo te, io e te, niente conta in fondo.
Inconciliabile fremito. Mi guardo indietro e vòmito.
Un attimo prima dell'orgasmo, mi arresto in uno spasmo.
Tira e molla, annaspo in una bolla.
Veloce sale l'emozione come adrenalina, la mente trasforma il piacere in stricnina.
La paura di me stesso l'ansia del possesso il terrore del rifiuto le critiche che sputo feroce nello specchio contro un me già vecchio.
Uno spauracchio l'abbandono Un' utopia, concedermi il perdono.
Merito l'amore, merito l'onore, merito la stima?
Ero meglio prima.
Soundtrack: Autodafè - Frankie Hi Nrg MC
Prendo le distanze da me perché non voglio avere niente a cui spartire con me, da condividere con chi come me non fa nulla per correggersi : sono il mio nemico, il più acerrimo. Carceriere di me stesso con la chiave in tasca invoco libertà ma per adesso so che questa cella resterà sprangata a triplice mandata dall' interno : sono l'anima dannata messa a guardia del mio inferno. Reprimo ogni possibile "me", inflessibile, inarrestabile nel mio restare fermo immobile, segno i giorni scorrere sul calendario, faccio la vittima, il mandante ed il sicario.. Sono l'Uomo Nero che turbava i sogni quando li facevo, credevo di esser libero ma non mi conoscevo come adesso ed ego non mi absolvo neanche quando mi confesso dei peccati che ho commesso - e guido un autodafè - In cattiva compagnia soprattutto se sto solo, negativo come i G in una picchiata, prendo il volo, salgo, stallo e aspetto il peggio, che non sta nella caduta ma nell'atterraggio come dice Hubert. Malato immaginario più di quello di Molière, sono il mio gregario e mi comporto da Salieri e non chiedermi il perché, che come il Tethered quando perdo il filo poi non mi puoi più riprendere.. Caro amico non ti scrivo, non ti cerco e non ti chiamo mai, batti un colpo se ci sei e se stai ascoltandomi, strappami da questo mio torpore atarassico, mi son perso dentro un parco che è giurassico e non trovo vie d'uscita : vieni a prendermi o precipito, scivolo come Maximillian verso il buco nero del fastidio : nel tedio per me non c'è rimedio e me ne accorgo perché sono sotto assedio mentre tu mi fai l'embargo. Critico, m'arrampico su cattedre che non mi spettano e mi accorgo solo dopo un attimo che esagero : ma come al solito il danno fatto è irreparabile, la storia è irreversibile, la mia memoria è labile e lavabile.. Abito quest'ombra con contratto ad equo-canone pagando la pigione all'abitudine e prendendo l'eccezione come regola di vita : sto di casa a pianterreno e gioco a fare lo stilita.. Vago, divago, come il dr. Zivago io mi sbraccio e non mi vedi, cerco mani e spesso trovo piedi, cerco fumi e trovo lumi che mi bruciano, ed io so bene che le cicatrici restano. Carta, penna e poco più per stare a galla, nella testa il mio pensiero è come un ragno in una bolla : seduto in riva al fiume aspetta di veder passare il mio cadavere.. pazientemente...
N.d.B. Ho dovuto disattivare l'incorporamento del brano causa crash totale del mio povero blog/pc! Sigh Sob Sniff! :( Vabbè, crashava lo stesso... L'ho ripristinato. Troverò pace? :D
Più volte sono stata sul punto di farlo, la volontà di vivere, un dispettoso tarlo. Colpisce a tradimento un indicibile tormento. Quanto di mio è in te quanto di te è in me. Fuori controllo, barcollo ma non mollo. Libertà, il mio fragile tetto. Soccomberò, resisterò? Il Tempo, solo, conosce il verdetto.
Frattanto cado e mi rialzo, mi salvo con un balzo, che mi lascia esanime a maledire il cielo infame ed implorare le sorelle anime. In silenzio piloti le altrui decisioni, trami alle spalle manipolando neuroni, fratturi legami e unioni, incancrenisci il sangue. Lei è lì, che langue, e mi infilza ripetutamente di violento amore frammisto a rabbia e dispotico terrore.
Soccombere. Resistere. Non so dove trovi tanta forza. Dell'estrema lotta indossi la pesante scorza. Invalicabile fortezza, fremi per ritrovare la dolcezza. Parte di te se ne va ogni volta: parole come dardi, a briglia sciolta.
Non c'è pace in questa vita. Esorcizzi il tuo dolore attraverso le tue dita...
Sono giorni che dal nulla mi viene alla mente questa parola. Più e più volte nell'arco della giornata. Così tante, che non riesco nemmeno più a contarle. Che diavolo vuol dire? Non riesco proprio a ricordarlo, sempre ammesso che l'abbia mai saputo. Mi riprometto di cercare il significato sul dizionario di inglese, ma la pigrizia come al solito prende il sopravvento e così la mia piccola ricerca passa in cavalleria.
Mi sento spossata come non mai. Sarà che sono diverse notti che qualcosa continua a tenermi sveglia, nonostante la stanchezza. Ci dev'essere un'interferenza, come quelle che si potevano captare senza preavviso con il baldacchino o il walkie talkie negli anni '80. Era così eccitante accendere quell'antenato un po' sfigato dei telefonini odierni e mettersi in ascolto, in attesa di un segnale. Uno qualsiasi. Spesso si poteva solo ascoltare, senza poter comunicare con l'altra persona. A volte, però, si captavano anche frammenti di conversazioni che sarebbe stato meglio non sentire. Ma una volta divenuti silenti ascoltatori di passaggio che nessuno aveva invitato, era difficile resistere, spegnere l'apparecchio e farsi i fatti propri.
Certe notti è un po' così. È come se la mente recasse dentro di sé un'antenna che si è incautamente dimenticata accesa. Capita allora che entrino segnali non richiesti, misteriose interferenze. Messaggi che con tutta probabilità non erano affatto indirizzati a noi, ma che ci arrivano come se lo fossero. Con tutti i crismi ed una forza dirompente. Il loro ego smisurato ci schiaccia, ci opprime, ci mette con le spalle al muro. Non ci fa respirare.
Vorremmo spegnere la dannata antenna, ignorare il loop discontinuo, incoerente e ipnotico che ci destabilizza, impedendoci di (ri)trovare il sonno perduto. Niente. Non si può fare. Il sonno, desiderato, anelato, vagheggiato, è ormai una chimera.
Solita routine. Bagno, specchio, autoflagellazione. Ritorno a letto.
Quand'eccola che ritorna... La stessa parola.
R-E-C-K-L-E-S-S.
Ancora! Che diavolo vuoi dirmi, Inconscio maledetto?
R-E-C-K-L-E-S-S! Ok, ok! Ho capito!
Mi precipito giù dalla branda, allungo il braccio ad arraffare il vecchio dizionario delle superiori e sfoglio prima febbrilmente, poi con sempre più timore, le pagine polverose, testimoni di una lunga inattività. Una dopo l'altra si susseguono le parole...
Non posso fare a meno di trasalire. Incosciente è forse l'aggettivo con cui più mi sono descritta negli ultimi tempi. Nella vita di tutti giorni non è un aggettivo che mi si addica granché, eccezion fatta per le decisioni prese in ambito lavorativo nell'ultimo anno e mezzo. Ma nello scrivere! Se c'è qualcosa che ritengo a buon diritto di poter definire INCOSCIENTE è proprio la mia scrittura. A suo modo, lo è stata anche la lettura. Anzi, sono sicura di poter dire che è proprio da lì che tutto è cominciato.
Incauta Gretel, imitando Hans che ritenevi tanto più saggio di te, hai finito per raccogliere le molliche sbagliate e sei caduta in un tranello, del tutto autoindotto. Adesso non sai più come uscire dal labirinto di specchi, ché, si sa, i labirinti non hanno chiave. Men che meno quelli di specchi.
Chi potrà mai liberarti? Gli incauti che ci hanno provato, non per salvarti ma per mero egoismo e per un'irresistibile brama di soddisfare una curiosità morbosa, nel prendere a pugni la superficie di vetro non hanno fatto altro che regalarti le "gioie" dei frammenti aguzzi conficcati nella carne.
Non ci sono fili d'Arianna, qui. E nemmeno Bianconigli. C'è solo un Cappellaio Matto, che non sa nemmeno lui quello che vuole.