Adoro quando un film mi 'chiama' attraverso pochi fotogrammi che mi risucchiano immediatamente dentro una storia. Anche ieri è stato così. E non so se è perché da qualche mese anch'io ho un essere peloso che mi fa compagnia, o se è perché ho una naturale predilezione per i racconti di formazione o entrambe le cose, ma quel ragazzo smilzo e un po' impacciato che si accinge a condurre un cane fuori dalla gabbia di un canile per andare alla ricerca della sua padrona mi conquista all'istante.
Come un giallo, il racconto, tra una corsa e una fuga, un incontro e un flashback, mi conduce tra le strade di una Gerusalemme che non mi aspettavo e fino alla fine mi tiene col fiato sospeso, appesa ai miei "chi è davvero e da che cosa fugge Tamar?", che sono gli stessi interrogativi che spingono Assaf a non arrendersi, nonostante le botte prese dai poliziotti prima e da loschi figuri poi. E' lo stesso fascino del mistero a rapire protagonista e spettatori fino all'epilogo finale, veramente ben costruito e per nulla scontato, almeno per me.
A tratti questa storia mi ha ricordato le atmosfere dei Gatti Persiani, dove la musica, come in Qualcuno Con Cui Correre, è legata a filo doppio con il senso del pericolo, concreto e non soltanto come minaccia che incombe, e le peripezie di August Rush e dell'orribile 'manager del talento' che sfrutta ragazzini di strada a beneficio delle sue tasche. Per non parlare del duetto chitarristico che a metà film mi ha riportato alla mente il portentoso connubio artistico tra Rodrigo e Gabriela. Non conoscevo il romanzo di David Grossman da cui il film è stato tratto, ma ricordavo l'autore per la sua partecipazione alla trasmissione di Fazio dedicata a Saviano, qualche anno fa.
Che dire, sono rimasta piacevolmente colpita dalla storia, seppur nella sua trasposizione cinematografica, e sono nuovamente grata alla 'lanterna magica' per avermi permesso ancora una volta di viaggiare in una cultura così lontana dalla mia, in cui però ho potuto ritrovare tanto di me. Dal cane all'amore per la musica e, sì, anche per i ragazzi introversi ma decisi, pronti a sfidare qualunque difficoltà pur di restarti accanto. E non è un caso se tra meno di tre settimane io stia per sposarne uno. Ma diciamolo sottovoce, ché - si sa - a noi un po' introversi e un po' riservati, piace così.
YUKI, AKA PRISMA
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Ritrovo per caso questo splendore, che avevo completamente rimosso. Come ho potuto dimenticarmene? Era dicembre di tanti anni fa. I miei mi avevano iscritto a una scuola di danza del mio quartiere. Tre anni di propedeutica, seguiti da tre anni di classica. Ma non avevo né il fisico né la passione adatti. Sedere a mandolino e gambe poco ruotate. Ed ero troppo alta. L'unica cosa che ancora conservo della ballerina è un bellissimo collo del piede, a detta delle insegnanti di allora. Non ho mai indossato il tutù, solo un orrendo body acetato, le calze collant rosa e le scarpette. I primi anni quelle basse, poi si passò a quelle con la punta.
Guardate la leggerezza, l'eleganza, lo splendore dei movimenti dei ballerini professionisti. Ammirate il loro volteggiare! Godetene e meravigliatevene, perché dietro a quel prodigio di equilibrio e slancio verso l'alto così simili al volo, fatti di baricentro e lotta contro la forza di gravità, ci sono muscoli gonfi e doloranti e piedi rovinati da anni di vesciche sanguinanti.
Ricordo ancora le prime volte che sollevai il mio corpo sulle punte di gesso. Ricordo le lacrime, le labbra morse per resistere e la liberazione, la sera, nello sbarazzarmi di quelle stupide scarpette, così belle, ma tanto dolorose! Erano per me una vera tortura. E il tutto era aggravato dalla consapevolezza che mai avrei volteggiato come tutte le altre. Mi esercitavo con loro e soffrivo, mentre l'insegnante di turno mi riprendeva costantemente:
Pancia in dentro! Culo in dentro! Ruota quelle gambe. E sorridi! La gente non deve mai accorgersi di niente. E se sbagli, va' sempre avanti, non ti fermare. Non c'è niente di peggio che fermarsi a metà, senza sapere da che parte andare.
Un giorno di dicembre la scuola organizzò una gita a teatro, per vedere Lo Schiaccianoci. Non stavo nella pelle. Ve l'immaginate me, una provincialotta di periferia, al Teatro Dell'Opera? I miei non sono e non sono mai stati frequentatori di teatri e non avevo nemmeno l'abbigliamento adatto. Fortunatamente ero poco più che una bambina, perciò nessuno ci avrebbe badato troppo. Ricordo anche che il giorno prima mi ammalai e fino all'ultimo rischiai di non poter andare. Poi, non so come, il destino volle che potessi assistere al balletto.
Ora non ricordo più molto di quel pomeriggio, se non che oggi, rivedendo per puro caso questo video e riascoltando questa musica celestiale, qualcosa si è risvegliato dentro di me. I pomeriggi interi passati dentro a quelle aule che odoravano di resina, con quegli specchi enormi sempre a ricordarmi quanto non fossi all'altezza, l'enorme orologio a muro che scandiva le ore di lezione, le sere passate sui libri di scuola sbocconcellando un panino per recuperare i compiti rimasti in sospeso, i saggi all'antico teatro romano d'estate, in cui partecipai solamente a una delle due coreografie previste perché i costi dei costumi erano troppo esosi, tutto mi è di colpo tornato alla mente. La Musica, la più potente delle Madeleines...
Sono sempre la stessa goffa, pigra ragazzina con gli occhiali che faticava a star dietro alle compagne, eppure qualcosa è rimasto di quegli anni. La disciplina che mi servirebbe ancora oggi, il senso del sacrificio e la necessità del sorriso nonostante tutto. Mai lamentarsi, mai piangersi addosso, sempre a testa alta. E se proprio devi versare qualche lacrima, fallo dietro le quinte, dove nessuno possa vederti.
Non dimenticherò mai che dietro la più leggiadra delle piroette si nascondono piaghe e vesciche. E che non c'è niente che io non possa fare se ci credo davvero e concentro tutta me stessa per raggiungere l'obiettivo. A stamparmelo bene in mente ci pensa, nei miei ricordi appena riaffiorati, la piccola ed esile M. che era tanto più svantaggiata di me nel danzare, per costituzione e attitudini. La sua passione e il suo impegno erano così grandi che riuscì con umiltà e forza di volontà ammirevoli a fare passi da gigante, nonostante i suoi limiti.
Questo, e solo questo mi ha lasciato la danza, che sa essere davvero spietata con chi non rientra nei canoni richiesti. E cioè l'intima mia convinzione, frutto di un empito di orgoglio di fronte all'ennesima sconfitta, che potrò anche avere enormi zavorre attaccate ai piedi, potrò anche essere nata con una qualche menomazione più o meno metaforica, e anche se non diventerò mai una prima ballerina né parte di un corpo di ballo, anche io riuscirò a danzare prima o poi.
Lo farò a modo mio. Tenendo conto dei miei limiti e delle mie potenzialità. Devo soltanto volerlo davvero. Ed è questa, in fondo, la parte più difficile.
YUKI, AKA PRISMA TBFKA MUSEUM
Soundtrack: Waltz of the Snowflakes - Pyotr Ilyich Tchaikovsky
Bisogna avere il caos dentro per generare una stella danzante.
NIETZSCHE
Trattieni l'emozione a lungo. Finché dura. Finché si può evitare di pensarci. Prima tappa dal vivaio. Per ritirare il cuscino. Sulla fascia viola i nostri quattro nomi. Una famiglia che ne omaggia un'altra. Ma siamo in tre. Da quanto tempo non entravo qua dentro. Dieci anni esatti. Mi sei tornato in mente tu, la tua maglietta rossa e un sacco di terra. Chissà che stai combinando adesso. Ripenso anche a te. Ai nostri sporadici incroci, sempre così forieri di conseguenze inaspettate e sottili. Io e i miei cartoni da buttare. Tu e i tuoi libri ancora da scrivere. Per un breve periodo li ho persino respirati. Dieci anni fa c'eravate anche voi due, eravate piccoli ancora, ma già vi sentivo vibrare di intelligenza e profondità. L'ho sempre percepita a pelle. Come a dire: "So che farete grandi cose". E per grandi, intendo piene di amore e passione. Creatività che sboccia dalle vostre mani, dai vostri sentimenti, dai vostri pensieri.
Si sale in macchina. Ma ho dimenticato la mia musica. Tre ore di macchina sono troppe da affrontare in silenzio. Soprattutto oggi. Rovisto nel cassettino... Solo una mia vecchia compilation su cd, rovinata da solchi e graffi. Poi l'ultima spiaggia. Da una tasca dimenticata sbuca fuori un "Mp3 Ale". Una vecchia compilation di un amico di tuo fratello. Bene. Vediamo cosa hai da dirci, caro Ale. I pezzi si alternano tra i capricci del laser e le tracce usurate, ma fanno il loro dovere. Calmano gli animi, ci tengono tranquilli. Riesco persino a cantare, ritrovando canzoni che non sentivo da una vita. Forse non è il caso, oggi, penso... E invece sì. A te piaceva la musica. Ancora non sapevo che tra qualche ora, in chiesa, avrei scoperto che cantavi nel coro. La tua voce spiccava sulle altre, perché cantavi col cuore. Come avrei voluto sentirti, almeno una volta!
Fulmini e lampi, nuvole nere cariche di pioggia lasciano il posto al sole, non appena raggiungiamo la campagna e quelle colline, che ti hanno visto vivere per tutti questi anni. Mancano pochi chilometri a casa tua ed io, che non mi ero ancora decisa a spegnere l'autoradio, resto folgorata quando, dopo gli Abba, Adam F, Alan Sorrenti, Al Green e persino Alex Britti, a caricare di magia e intensità il nostro viaggio interviene Down To The River To Pray. Non l'avevo mai sentita prima. È perfetta per questo momento. Lascio che la dolcezza delle voci a cappella mi parlino di te. Poi, il silenzio. Sarà lui adesso a guidarci fino in paese.
Rivedo mia zia, la colonna della famiglia. Quella delle tagliatelle fatte a mano, che ci tiene informati su tutto, che bercia e impreca, ma in fondo ha un cuore enorme. Rivedo il cugino metallaro. Quanto è cresciuto! Poi la porta di fronte. È aperta. Devi essere là. Timidamente entriamo in casa tua. Tua madre è lì, seduta. Ancora non ci crede. L'odore della morte mi inchioda i piedi al pavimento, mi atrofizza le mani. Vorrei tanto uscire da lì, non ce la faccio a vederti così! Ma resisto. La cassa te l'hanno dovuta fare su misura. Eri troppo grande. Tutt'intorno, le foto in bianco e nero che parlano di te. I tuoi trofei di pesca. Me ne ero dimenticata. Presto la casa si riempie di gente. Tanti mi sono parenti. Nemmeno li conosco.
Le nuvole sono arrivate fino in paese. Tutti si augurano che almeno oggi il tempo sia clemente. E invece no. Nell'esatto istante in cui, a braccio, ti portano fuori per accompagnarti in chiesa, il cielo si apre con fragore. L'acqua ci bagna senza pietà ed io sono felice di lasciarmi bagnare. E ti chiedo perdono, per non essere venuta a trovarti più spesso, per non essermi fermata a cena, per averti dato un dispiacere. Mi sembra quasi di sentirti affianco a me, la tua grande mano sulla mia testa, in un ultimo gesto d'affetto che profuma di perdono. Che egoista che sono! È tua madre che ha bisogno della tua presenza, adesso. Ma forse, chissà, adesso puoi essere ovunque.
Sotto la pioggia battente ci incamminiamo per le vie del paese. Rivedo la piazza con la cabina telefonica che mi ha accolto undici anni fa, quando la "tempesta" ci colse e avevo bisogno di un temporaneo rifugio. Ripenso alla mia ex migliore amica, che l'ultima sera che eravamo in paese, pensò bene di allontanarsi con uno dei miei cugini, lasciandomi da sola. Pur sapendo perfettamente perché ci trovavamo lì. Non preoccuparti, ormai è acqua passata. Ma io mi ricordo tutto.
Siamo in tanti a camminare e quando arriviamo in chiesa siamo ancora di più. Cugino C., guarda che hai combinato! Hai fatto venire tutto il paese. In chiesa non ci stiamo. Qualcuno dovrà restare fuori. Tra i riti stanchi e ripetuti, risaltano le parole di un prete che non ho mai visto prima. Un discorso lungo e appassionato, sulla necessità di conoscere Gesù in profondità. E a me, che con la religione ho ormai un rapporto tutto mio, pare persino di poterlo applicare alla vita in generale. Alla passione, all'Amore.
La fede non vale niente, senza le opere. Già. Quasi quasi vorrei stringergli la mano, a quel prete, per complimentarmi con lui. Com'è buffa la vita! Solo più tardi vengo a sapere che tutti in paese lo odiano, per il suo strano modo di vestire, per le voci sui suoi vizi privati e le sue pubbliche virtù. Nel ricordarti aveva persino detto che eri la colonna portante del coro. Coro che lui, da quando si era insediato nella tua parrocchia, non aveva più voluto. Possibile che ancora mi sbagli così tanto sulle persone? Eppure, voglio pensare che quelle sue parole valgano lo stesso.
In lenta processione ti accompagniamo all'ultima tappa della tua vita terrena. Tua madre è seduta su una seggiola, attende che l'ultima mattonella ti separi per sempre da lei. Uno ad uno, i presenti le porgono i saluti, elargiscono carezze e baci. Parole di conforto. Che non sopporto. Frasi di circostanza, vuote nella loro inutile danza. Preferisco tacere e tenerle la mano a lungo, in silenzio. Scende la sera e mi fa rabbia che a piangerti ci siano così tante persone molto più vecchie di te. Eppure hai fatto un piccolo miracolo, oggi. Dopo anni di silenzi rabbiosi e rapporti bruscamente interrotti, sei riuscito a riavvicinare chi per orgoglio e rancore aveva deciso di troncare. Tua madre non sarà sola, stanne certo!
Una tavolata tra cugini e una vecchia zia che è tornata bambina. La carne alla brace e la passeggiata nell'orto, sotto le stelle. Una busta piena dei vostri pomodori e due piante di peperoncini. Qui, tanti anni fa, con il cugino S. facevamo la lotta e giocavamo a pallone. Adesso è padre.
Ripartiamo. Scelgo la stessa canzone, per salutarti ancora. Mi sbagliavo quando dicevo di non avere radici. Le ho, eccome. E sono fiera che siano contadine.
Soundtrack: Down To The River To Pray - Soggy Bottom Boys
Di nuovo la Musica. Ancora lei. Bussa alla porta della mia anima ed io la lascio entrare.
Modena. Antonello Venditti. Oggi l'ho sentita per ben due volte alla radio, dopo tanto tempo. Un brivido mi ha attraversato tutta intera, senza che potessi opporre resistenza.
Passato, presente e futuro si intrecciano ancora una volta. Amici e speranze. Di ieri, di oggi e di domani. Una famiglia che si sfalda ed una nuova, tutta da costruire.
Il pensiero vola e mi riporta indietro a un'estate di tanti anni fa, ad un'adolescenza che fioriva, tra mille insicurezze e un vortice pericoloso, che stava per risucchiarmi senza pietà.
Una macchina in corsa lungo la statale. Io, la mia amica di allora e la sua famiglia. Una cassetta di Venditti nell'autoradio e un sax che allora non riuscivo ad apprezzare appieno nella sua struggente bellezza e tragicità. Un testo che per me era ancora troppo difficile da capire.
Eppure.
Oggi ho rivissuto quel momento. A cavallo tra infanzia e adolescenza. Un'amicizia che profumava di famiglia. Le passeggiate insieme a scattare fotografie in città. I cuccioli appena nati, la campagna, il cielo così irrimediabilmente pieno di stelle che non potevo crederci, io, ragazza di città, che tante stelle tutte insieme non le avevo mai viste.
Mi godevo quelle giornate di sole e quel calore, mentre sotto pelle già bruciava, silenzioso, il brivido di quello che mi aspettava al varco, di lì a poco. L'irragionevole sensazione del mondo che ti fiorisce dentro, l'amore che ti sta cercando, il terrore per una famiglia che implode, schiacciata dal Male Oscuro. E l'impotenza, la bestia più terribile da affrontare davanti a tanto dolore.
L'amica di allora l'ho persa per strada, quasi non ci si saluta più. Ma da qualche parte ho ancora quella cassetta. E quel sax che mi parla di quell'estate spensierata, sull'orlo dell'abisso che incombeva...
Soundtrack: Modena - Antonello Venditti
Con le nostre famose facce idiote, eccoci qui. Con i nostri sorrisi tristi, a parlarci ancora di noi e non c'è niente da scoprire, niente da salvare nelle nostre parole. Ricordi, libri da buttare, frasi da imputare di due bandiere dritte in faccia al sole. Ma cos'è questa nuova paura che ho? Ma cos'è questa voglia di uscire, andare via? Ma cos'è questo strano rumore di piazza lontana, sarà forse tenerezza o un dubbio che rimane? Ma siamo qui, a Modena, io resto qui a guardarti negli occhi, lo sai. E non c'è tempo per cambiare, tempo per scoprire un nuova illusione. La nostra vita è Coca-Cola, fredda nella gola di un padre troppo tempo amato. Quanto valeva, aver parlato già da allora, quando tutto era da fare e tu non eri importante. Ma siamo qui, a Modena, io resto qui, con un bicchiere vuoto nella mano. E non c'è tempo per scoprire, tempo per cambiare cosa abbiamo sbagliato. La nostra vita è Coca-Cola, fredda nella gola di un ordine che non abbiamo mai voluto. Ma cos'è questa nuova paura che ho? Ma cos'è questa voglia di uscire , andare via? Ma cos'è questo strano rumore di piazza lontana? Un nuova tenerezza o un dubbio che rimane.
Dieci anni esatti. Mese più mese meno. Io e la mia famiglia ci eravamo appena trasferiti nella palazzina anni '30 dove tutt'ora risiedo. Tu mi accogliesti con cipiglio burbero, guardavi i miei diciott'anni con sospetto. Ti faceva infuriare il modo in cui, senza volerlo, facevo sbattere il portone di legno. Non lo facevo apposta, tentai di spiegarti. Dove abitavo prima, se lo lasciavo andare, si chiudeva da solo senza rumore. Mi abbaiasti senza battere ciglio: "Fai più attenzione!". E poi il motorino della mia compagna di liceo che veniva a studiare a casa mia per la maturità. Non potevi sopportare che lo facesse entrare nel cortiletto interno e lo legasse alla cancellata, per proteggerlo dai ladri. "Quel motorino deve restare fuori!". E ogni volta che incontravi me e le mie amiche per le scale, ripartivano i rimproveri contro quelle tre adolescenti "ribelli" e i loro schiamazzi. Non ti sopportavo. Non riuscivo proprio a capire perché ce l'avessi tanto con me.
Poi, qualche anno dopo, le elezioni. Per la prima volta ero scrutatrice, l'anno in cui i geni dell'italico stivale accorparono sezioni e votazioni per risparmiare. Una folla di gente in fila, al caldo, solo due cabine e pochi scrutatori. Ore di attesa infinita, tra anziani e portatori di handicap, e nemmeno un ascensore per permetter loro di salire al primo piano della scuola elementare adibita a seggio. Turni massacranti per smaltire la fila dei votanti, ore senza mangiare. Ne avemmo fino a mezzanotte. Venisti anche tu, eri nella mia sezione. Ricordo con tenerezza la tua preoccupazione per me. "Hai mangiato? Dirò a tua mamma di portarti qualcosa! Mi raccomando, mangia!". Mi sorridevi come avrebbe fatto mio nonno, se solo non fosse stato lontano chilometri. In quell'istante ti ho sentito così vicino.
E i giorni, i mesi, gli anni a seguire, nei nostri fuggevoli incontri sul pianerottolo, sulle scale o al cancello, mi raggiungevano sempre le tue domande incalzanti. "Dove vai di bello? A spasso con le amiche? A lavorare?". Dentro di me pensavo, "Che palle!". Ma poi aggiungevi: "Mi raccomando, fai la brava!". Ci mancava poco che mi facessi l'occhiolino. E allora ti perdonavo, per la tua smania di fare due chiacchiere a tutti i costi.
Poi, col passare degli anni, hai iniziato a camminare sempre più piano. I tre piani a piedi, senza ascensore, erano diventati il K2 e quando mi incrociavi ti mettevi di lato e mi lasciavi passare con benevolenza. Ci scherzavi su, sempre col sorriso. Poi, da un certo punto in poi, non ti ho più visto.
Un giorno abbiamo sentito qualcuno gridare aiuto. Ho teso le orecchie, non capivo. Poi, ti ho riconosciuto. Ho chiamato a raccolta i miei e li ho messi in allerta. Papà è venuto su in avanscoperta. Quando è sceso giù di nuovo, abbiamo avuto la conferma: era successo qualcosa di grave. Tua moglie era caduta a terra, non riusciva più a muoversi e tu non avevi la forza per aiutarla. Gridavi, in preda al panico, come un bambino svegliato da un incubo nel cuore della notte. I tuoi occhi azzurri cercavano conforto. La tua rabbia impotente e la tua impazienza disperata mi schiacciarono. Da qualche tempo non eri più quello di una volta. Memoria, energia e cuore erano ormai compromessi.
In attesa dei soccorsi e dell'arrivo dei tuoi figli, continuavi a urlare. Ti mancava il respiro e il tuo cuore non voleva saperne di fermarsi. Ti aggrappasti al mio braccio con forza. Non volevi più lasciarmi andare. Chissà se ricordavi ancora chi fossi. Guardandomi negli occhi, continuavi a ripetermi: "Aiuto! Aiuto! Aiuto!". Con tenerezza e timore di non esserne all'altezza, mi ritrovai a consolare te, che un tempo ti preoccupavi per me.
Ieri te ne sei andato. Per te, oggi, sono persino tornata in chiesa. Mi sentivo un po' fuori posto, in mezzo a tutte quelle persone che ti conoscevano molto meglio di me. Ma te lo dovevo. Non potevo mancare. Ho dovuto anche sforzarmi, sai, per trattenermi dal singhiozzare. Chissà cosa avrebbero pensato i tuoi se mi avessero visto frignare senza ritegno... "Ma se nemmeno lo conosce!". E invece, quando mi hanno visto, sono stati sinceramente contenti che fossi anch'io lì. Non se l'aspettavano. Ma il rito standardizzato, le formule stancamente ripetute a pappardella, la predica di circostanza, non mi sono bastate.
E allora io, che non ti conoscevo abbastanza da sapere quali fossero le tue canzoni preferite, ho scelto questa che parla di vita e sole sulla fronte. Per salutarti. A modo mio. Una canzone degli anni '30 reinterpretata da Claudio Villa negli anni '50, per te che proprio negli anni '50 hai messo radici in questa via anni '30 dove i tuoi figli sono cresciuti, giocando con le sbarre di ferro che ancora oggi recintano la chiesa in cui ti abbiamo salutato poco fa. Chissà, magari apprezzerai.
Ciao, Signor M! Puoi essere davvero fiero delle tue radici! Quelle che io non ho e che oggi, guardando la tua famiglia, avrei tanto desiderato avere.
Ricominciare a vivere, dopo un inverno durato un anno e mezzo. Sembra impossibile.
Perdonarmi? Giuro che ci sto provando. Ho persino ricominciato a rilassarmi. Ora che ci penso, è un bel po' che la gastrite mi ha abbandonato. Spiacente, cara. Nessuno sentirà la tua mancanza. Sono ben altre le partenze che mi fanno quest'effetto.
Quest'anno voglio andare al mare. Spalmarmi sulla spiaggia, che non è di silicio, ma un banale surrogato. Non fa niente. Il senso è quello.
Voglio ricominciare a sentirmi bella, voglio volteggiare quando cammino. Voglio abbandonare il passo marziale e frettoloso che sempre mi caratterizza nei periodi di maggiore stress.
Voglio smettere di punirmi per aver fallito nel mio sogno, ammazzandomi di lavoro fino all'inverosimile, negandomi lo spazio per il divertimento, negandomi la leggerezza.
Non è colpa mia se è finita così. Ho fatto davvero tutto il possibile. Si vede che doveva andare così e basta.
Se il grande Disegno Universale lo vorrà, tu e il tuo Sogno vi rincontrerete, stanne certa. E nel frattempo avrai vissuto tante di quelle esperienze, fisiche e mentali, che sarai sicuramente alla sua altezza, quando verrà il momento.
Mi piace pensarla così. Non per consolazione, ma per continuare a lottare. Impiegherò il mio tempo per migliorarmi, anziché flagellarmi.
Sono davvero stufa di flagellarmi, per ogni minima cosa. Per lei, perchè mi sono fatta carico dei suoi andirivieni, dei suoi tira-e-molla, dei suoi chiari di luna. Per il mio futuro, perchè mi rimprovero di stare ancora pagando le conseguenze delle mie ambizioni.
Ambizioni? Sarebbe più corretto dire speranze. No, ancora meglio. La mia è l'intima convinzione di dover portare alla luce il mio essere, la mia essenza, il mio talento, se mai ne abbia uno. È questo che sto pagando.
Quest'anno voglio finalmente abbracciare la mia immagine allo specchio e dirle che sono fiera di lei, perchè ce l'ha messa tutta. Voglio tenerla stretta a lungo, in silenzio, per farle capire che le voglio bene, nonostante tutto. Nonostante mi faccia sempre incazzare, nonostante provi spesso un forte istinto di farle del male. Istinto che è ben visibile sulla mia pelle, e che vorrei debellare, una volta per tutte.
Oggi, 28 anni fa, Rino se ne andava... Me l'ha ricordato un neo-Gaetanizzato. Ho scelto di ascoltare Sfiorivano Le Viole, per riconciliarmi con l'estate e con me stessa.
Quest'anno devo ricominciare a respirare. Lo devo a me.
...E non basta l'acido lattico nelle gambe sfrante, la gola infiammata, il corpo intasato di tossine, la routine lavorativa che ti assale al risveglio, mentre rimiri le tue profonde occhiaie e i capelli sfatti nello specchio. Certi silenzi sono rombi di tuono, e non basterà tutta la musica del mondo per attutirne il colpo. Cominci a chiederti se non ci sia qualcosa di sbagliato in te. Nel tuo modo di gestire le relazioni con gli altri. Questo tuo temere di affezionarti, di scoprirti perchè poi, puntualmente, le persone finiscono per allontanarsi. No, sai che non è questo. La vita ci allontana. Le nostre scelte. I percorsi. I corsi e i ricorsi, come diceva qualcuno. E la presenza concreta, quella, si affievolisce. Ma tu hai bisogno di conferme. E allora? Il problema è sempre tuo. Certe scelte si pagano, prima o poi. Avresti dovuto saperlo fin dall'inizio. Non chiedere agli altri più di quanto possano darti. Esistono dei limiti, come le piccole linee graduate del misurino per l'acqua, lo zucchero, la farina. E se sbagli la dose, addio biscotti... C'est la vie, chérie.
A volte penso a come sarebbe stata la mia vita se avessi avuto dei fratelli. Sì, fratelli maschi. A volte mi manca davvero, un fratello. Uno con cui fare la lotta e poi fregarsi i cd di nascosto. Litigare e poi magari fare le pulci ai rispettivi fidanzati. E poi magari ridere e sfogarsi dei nostri genitori matti. Ma poi passa. In fondo, sono stata fortunata sotto tanti altri punti di vista. E la vita, si sa, qualcosa toglie e qualcosa dà. Scontato ma verissimo, per quanto mi riguarda.
Ieri, nel supermegaipercentrocommerciale aperto anche la domenica, mi sono dovuta ricredere su diverse cose, per esempio. Credevo che nel reparto dove ho lavorato tante volte, in molti mi detestassero. Sarà perchè, ahimè, ho ancora addosso una terribile aria da secchiona, sarà perchè per timidezza mi viene difficile attaccar discorso se non sono loro a cominciare. E quando inizio io, ho sempre paura che le mie parole cadano nel vuoto. Che scema, èh? Eppure ieri, ho trovato tanta comprensione e solidarietà. Anche da parte di chi, mesi prima, a malapena mi salutava. E mi sono trovata a mia volta a prendere le difese dei repartisti, mentre al telefono il responsabile del marchio che rappresentavo sbraitava per un prezzo errato. Mi sono rifiutata di passargli i ragazzi, che stavano servendo dei clienti. E loro, tutti ammirati, hanno alzato il pollice verso di me in segno di approvazione. Ho detto al mio referente in ditta di rivolgersi ai responsabili su in amministrazione e ho tenuto la mia posizione, nonostante le sue proteste. Che se la sbrigassero fra loro, e lasciassero in pace noi, l'ultimo anello della catena, quelli che si beccano i rimbrotti dei clienti insoddisfatti e le lamentele per le scarse vendite.
Ma ieri ho avuto un'altra bella dimostrazione di solidarietà. Un cliente scontento, causa un malinteso, ha pensato bene di alzare la voce contro i ragazzi e ha preteso di parlare con un responsabile. Normale amministrazione in questi punti vendita, purtroppo. Solo che il responsabile, sentita tutta la storia, ha apertamente difeso i suoi e invitato il cliente a usare toni meno aggressivi contro chi, di domenica, non sta facendo altro che il proprio dovere. Ho goduto come una scimmia. Menomale, esiste ancora gente con il sale in zucca e un cuore dentro al petto! È stata dura, ieri, come al solito. Ma di nuovo sono convinta che non sia stato tempo perso. Almeno per come la intendo io. È anche per questo che continuo a fare questi lavori. Per poter parlare di certe cose, bisogna sporcarcisi le mani. Tutto il resto, sono solo chiacchiere da salotto.
Truismo di Tomlin: L'uomo ha inventato il linguaggio per soddisfare la propria esigenza di lamentarsi.
Legge di Heine: Bisogna perdonare i propri nemici, ma non prima che siano stati impiccati.
Ok, ok, ok. Calma e sangue freddo. Hai solo lavorato come una schiava al caldo e all'addiaccio per giorni, sopportato le angherie di capetti e caporioni con dignità e savoir faire. Hai due polpacci che manco Bugno ai tempi d'oro. La tua colonna vertebrale ricorda la silhouette di un armadillo. Ma che ti frega? Hai guadagnato un po' di sudati quattrini per il tuo progetto. Tutto il resto, al confronto, conta come il due di picche quando regna bastoni.
Ahahahaha. Già.
Piena di buone intenzioni chiedi agli schiavisti di fornirti la documentazione fiscale per giustificare i compensi ricevuti. Dall'altra parte si temporeggia. Si nicchia. Poi si scarica doverosamente il barile. Richiamo. Si millanta una riunione in corso. Si chiede di pazientare.
Ops, ma che scostumata che sono a chiedere una cosa simile!
Vengo chiamata dall'Ing. Dott. Cav. Amm. in persona. Mai coperto prima di questa telefonata. (NdB)
Reitero la mia richiesta. Pausa.
Schiarimento di voce e tono mellifluo pro captatio benevolentiae: "Ma lei vorrebbe far sparire quei pagamenti?".
Cosa, cosa, cosa?
"Cioè, fare in modo che non risultino?".
Ommioddio. E questo qui sarebbe pure Ing. Dott. Cav. Amm. della minchia?
"Senta, lei mi deve spiegare come si fa a far sparire un bonifico nel nulla... No, che non voglio farli sparire. Voglio solo che mi mandiate il giustificativo dei compensi, come tutte le agenzie di questo mondo*". (*questa forse l'ho sparata un po' grossa)
Silenzio.
L'Ing. Dott. Cav. Amm. della minchia spara la sua brillante e geniale idea...
Il fumo mi esce dalle narici e mi inizia a girare il beliscite come un'elica. (Lo so che sono una donna, ma la metafora è talmente poetica che non ho resistito). Ottima idea. Complimenti vivissimi! Peccato che non sono un prestidigitatore e che per questo bel giochino tutto italico io finisca per aver guadagnato molto meno dei già miseri spiccioli previsti dal vostro - rivelatosi ovviamente a posteriori - farlocchissimo contratto!
Mea culpa. Vorrà dire che dovrò affinare il mio fiuto capta figl'e 'ndrocchia. Sopravviverò anche a questa. Ma la prossima volta m'arifregate col cacchio! (Disse la tapina mentre le infilavano un nuovo cetriolo dove non batte il sole).
Menomale che il mio psicanalista interiore personale mi ha già suggerito l'adeguata terapia ansiolitica:
"127 Abarth" - Oesais by Toti e Tata, 80mg, 3 volte al dì.
Il beliscite mi gira lo stesso, ma almeno ho un bel sorriso da ebete stampato sulla faccia.
La droga è per alcuni un potente anestetico, per altri un ineguagliabile amplificatore di emozioni. Su una cosa non c'è alcun dubbio: una volta assunta la prima dose, non se ne può più fare a meno... E così ci si ritrova a stare a rota, senza nemmeno averlo preventivato. Alcuni si stordiscono di canne, altri abusano di alcol, sigarette e caffè, altri ancora di pasticche e polverine varie. Io sono troppo noiosa per fare anche solo una di queste cose. Eppure sto a rota. E di brutto anche. Qual è la mia droga, apparte la musica? Il suo naturale corollario. Eh già, avete indovinato. Fare radiooooooo! (Bak e Grex, vi fischiano le orecchie???)
Peccato che il tempo a disposizione nell'arco di 24 ore è quello che è, e mentre fantastico di nuove psico-radio-estensioni su cui riversare le mie pulsioni ciarliero-creative represse dalla grama vita, quella gran bastarda, mi ritrovo a fare i conti col fatto che manca poco alla dichiarazione dei redditi del 2008 (ma quali???) e le varie incombenze collegate mi assalgono di giorno in giorno, a tradimento. Detesto la burocrazia, detesto carte e cartacce e invece mi ritrovo sommersa di fogli e fogliacci, polvere e scartoffie che, ahimé, non ho mai sistemato. Ci ho provato, lo giuro, a dare una parvenza di ordine a tutto questo ciarpame, ma niente. L'hanno sempre vinta loro. Il caos regna sovrano. Sto per impazzire, desidero ardentemente una macchina distruggi documenti grande quanto la mia stanza. E vorrei che ingoiasse tutto in un sol boccone! Puf. Niente più scartoffie e tutti felici come prima.
Quando ascoltai per la prima volta questo pezzo dei Subsonica era l'estate del '98. La mia prima vacanza da sola con gli amici e il mio ragazzo. E questo pezzo l'aveva portato lui, con tanto di diffusori portatili da viaggio. E così, in quell'appartamento affittato in sei, tra un disperato tentativo di cucinarci da soli gli spaghetti con le cozze, miseramente fallito, e le minacce dei dirimpettai per gli schiamazzi notturni, ci sparavamo i primi Subsonica con grande beneficio per le orecchie della sottoscritta.
Oggi, a ben undici anni di distanza, i mitici diffusori je l'ammollano ancora alla grande e l'artefice del misfatto ancora miracolosamente mi sopporta, ahilui, ed io? Io combatto perennemente con le mie due personalità, la caotica isterica psico delirante anima creativa (di casini, piucchealtro) e la rompimaroni imprenditrice di se stessa senza un quattrino, continuamente a rischio fagocitamento da parte di tutte quelle belle amenità che chiamano responsabilità e autosostentamento.
Troverò mai pace? Mi sa di no, con buona pace - appunto - dei poveri cristi che vorranno sopportarmi. E soprattutto con buona pace mia.
Vabbè, io intanto - finchè non mi cacciano pure da Radio Pazza - faccio la radio, pappappéro. Alla faccia di chi, dopo tanti stage e inutili complimenti, mi ha dato soltanto una bella scarica di calci in faccia. Tiè. Beccatevi questa!
Avete presente la leggenda del bambino olandese che una notte salvò il suo paese dall'inondazione tenendo un dito nella falla che si era venuta improvvisamente a creare in una diga?
Impossibile per lui muoversi, nonostante il freddo e la paura: la furia dell'acqua avrebbe travolto tutto e tutti, senza alcuna pietà. E così, a soli dieci anni, Hans Brinker si ritrovò sulle spalle un peso molto più grande di quanto potesse sopportare.
Quando si infila il dito in una falla non ci si domanda perchè. Spesso non si ha nemmeno il tempo per pensare. Lo si fa e basta. O il dito o la vita. Salvo poi razionalizzare il proprio gesto a posteriori e rendersi conto di essere finiti in trappola, senza nemmeno l'alibi di un'appetitosa esca.
Alcuni di noi restano così per anni, il dito incancrenito e ormai insensibile. Perchè il guaio è questo, poi. Non la posizione scomoda, non l'impossibilità di muoversi. La vera maledizione è la simbiotica fusione con la diga che ci illudiamo di tenere a bada. Non esistiamo più senza di lei. Non riusciamo più nemmeno a figurarci una vita lontano da lei. Siamo diventati quella diga. E la vita prima di lei ci sembra un oscuro e lontano mito, troppo bello per essere vero.
Il breakdown point è sempre più vicino. Quanto ancora potremo resistere?
Non lo sappiamo. Nessuno può saperlo.
Che fare? Staccare quel dito e correre fino a sentirsi rimbalzare il cuore nella gola, costringendoci a non guardare mai indietro, sforzandoci di ignorare le urla strazianti delle vittime che ci si lascia inevitabilmente alle spalle? O rimanere fermi, inchiodati al proprio dèmone, le gambe tremanti per il freddo e la fatica, ad attendere, invano, l'arrivo dei soccorsi?
Difficilmente ricordo i sogni al mattino, ma da quando faccio suonare la sveglia in due tempi ho ricominciato a farlo. Amara constatazione, in molte delle mie 'pellicole notturne' ci sei tu. E scopro con terrore che il tormento diurno si prolunga subdolamente anche la notte. Chissà da quanto tempo è così... Sai una cosa? Nemmeno in sogno trovo la forza per ribellarmi. Se mi concentro, posso ancora sentire le tue dita attorno al collo. Quale segnale più eloquente di questo...
Corri bambina! Scappa, finchè sei in tempo!
Parole al vento, che fingo di non sentire.
La tua sola presenza, ormai, mi destabilizza. Un impercettibile spostamento d'aria e il caffè appena fatto si rovescia irreparabilmente. Quello che prima era bianco, ormai non lo è più da tempo. In silenzio, ripulisci il danno e ricominci da capo.
Sospiri. Nemmeno tutto l'Amore del mondo potrà salvarti. Ogni giorno senti crescere quel dannato polipo nel tuo stomaco. Ad ogni ondata di paura ingrossa i suoi tentacoli, lo senti muoversi, viscido, dentro di te.
Che fare?
Avevi in mente un piano B, per salvare capra e cavoli. Ma i tempi di preparazione continuano a dilatarsi e senti che presto dovrai decidere se correre per salvarti o lasciarti sommergere dall'esondazione. Una cosa è certa, la diga non deve diventare un alibi per i tuoi fallimenti. E, soprattutto, non deve essere il centro propulsore di pericolose dipendenze, da cose e persone. Non ultimo: nessuno dovrà mai soffrire a causa dei tuoi dèmoni. Nessuno. Meglio tenere alla larga chi non è ancora stato contagiato.
Intanto, cominciamo dal piano B di oggi. Zaino in spalla, un asciugamano, la tua musica, un libro, una moleskine e una penna nuove di pacca, regalo natalizio che non hai ancora avuto il coraggio di inaugurare, e - last but not least - le tue scarpe da combattimento. Il Mare, quello vero, ti sta già aspettando...
Soundtrack: Boa Sorte - Vanessa Da Mata Feat. Ben Harper
Nota Postuma Alla Musica, già splendida di per sé, si sposa un bellissimo testo che, tradotto, suona più o meno così:
BUONA FORTUNA
E' tutto qui non c'è più niente da fare è finita buona fortuna non ho niente da dire sono solo parole e quello che sento non cambierà
(REFRAIN) Tutto ciò che vuoi darmi è troppo è pesante non c'è pace tutto ciò che vuoi da me irreali aspettative sleali
Anche se ti trattieni voglio che ti curi da questa persona che ti consiglia C'è un distacco vedi la cosa da questo punto di vista esistono tante persone speciali
Ora stiamo cadendo, cadendo, cadendo nella notte... Un incontro è fatto di due
È fatta, ormai. La giostra della quotidiana sopravvivenza è ripartita. Nessuna chiamata per settimane e poi, in un giorno solo, ben due-chiamate-due per il solito lavoro da scassacazzi nerovestita. Non avevo ancora accettato il primo incarico-da-un-giorno-e-via come tappabuchi per coprire una defezione last minute, che già avevo cominciato a darmi della stupida. Perchè ogni volta è così. Accetto subito perchè mi servono i soldi, e me ne pento altrettanto presto. Le otto ore in piedi, come da manuale, sono sembrate 24. Ho le gambe che sembrano essere state percorse in lungo e in largo da un autotreno con le ruote chiodate e la mia schiena chiede pietà in aramaico.
Cosa avrai fatto mai di così eroico per meritare tutto ciò? Promozione di pannolini in una farmacia. Ta-daaan! Ebbene sì, signori. Questo sì che può essere definito a buon diritto un "lavoro di merda"! Fuor di metafora, èh, che qua di metafore siamo a corto.
Chi te lo fa fare, direte voi. Io me lo faccio fare. Stop. Mica me lo ha ordinato il medico. Ma sapete, questo è quello che succede se sei una testa dura, se non ce la fai a incastrarti in nessun posto, se niente sembra essere "casa tua", se ti ostini a insistere che "la vita è mia e voglio fare ogni cosa sia possibile per essere felice". E allora succede che ci si incasini la testa con degli strani sogni. Che improvvisamente questi vadano a puttane, e noi con loro. Che si decida di cambiare momentaneamente strategia, stufi di impossibili tattiche. E che per questa strategia servano soldi. E tempo. E pazienza. E allora accetti anche di questi lavori. Imprevedibili, incerti. Sempre a rischio fregatura. Ma svincolati da contratti che, per quanto precari e inte(sti)nali, obbligano a un quotidiano rapporto subordinato. E allora pochi soldi, incerti, ma con un certo qual margine di libertà per continuare a darci dentro facendo altro. Altro che ora è presto per dirlo, altro che ancora è un bastimento carico di sacrifici, rischi e illusioni. Altro, che si è fin troppo superstiziosi per cominciare a raccontarlo in giro.
Tant'è. C'è pure la crisi, adesso, a farti temere di aver sbagliato strategia. Ma anche a dirti che in fondo, se ti andrà male, sarà anche colpa della crisi e tanto poi che alternative avevi?
Già. Finito il turno, aspetti il tuo autobus appollaiandoti poco signorilmente sulla sbarra di metallo anti traffico. 'Sti cazzi della divisa. Finalmente sei seduta! I profili dei palazzoni di periferia si stagliano fieri nel cielo e pensi che sei stata a lavorare in una delle zone più malfamate della tua città. O, almeno, così era ai tempi delle scuole medie, quando quella piazza, ora così vicina, era una terra di nessuno. Alzi lo sguardo verso una di quelle case popolari e quel fuoco vivo, pericolosamente scoppiettante su un balcone all'ultimo piano, speri proprio che sia solo un'amichevole grigliata per festeggiare un sabato sera in compagnia.
Soundtrack: Absolute Beginners - David Bowie / LYRICS
L'arrivo di una nuova libreria in casa è sempre un evento da festeggiare. Almeno per me. Non la pensa altrettanto mio padre, che sa di doverla montare sotto lo sguardo caporalesco di mia madre.
L'evento è stato deciso nel giro di una mattinata. Mea culpa, mea grandissima culpa. Povero babbo! Avrà pensato: ma perchè questa figlia snaturata non si fa mai gli affaracci suoi? È presto detto.
Intrufolatami nella stanza dei miei per riporre Caos Calmo indebitamente sottratto un paio di mesi orsono - gran bel libro, tra l'altro - mi soffermo, famelica, a scrutare i nuovi acquisti bancarellosi della mia genitrice, che da sempre acquista i libri al chilo come le melanzane. Più sono grossi, meno costano, meglio è. Se sono d'autore bene, se no ciccia. L'importante è la forma, non la sostanza. La quantità, non la qualità. O meglio: un giusto compromesso tra pecunia e cultura.
Fortuna ha voluto che la bancarella delle occasioni ospitasse I Fratelli Karamazov e Guerra E Pace - Volume Primo. (No, non li ho ancora letti, nel caso ve lo steste chiedendo). Sorpresa dalla genitrice a curiosare tra i suoi averi, brandendo l'enorme tomo tolstojano la domanda mi è sorta spontanea:
"E il volume secondo?". "C'era solo quello." "...". "Ma perchè? Non va bene?". "No, ma'! Se c'è scritto volume primo, ci serve anche il secondo, se no che cavolo lo leggi a fare." "...".
Mia madre salta a piè pari la questione e passa ad osservare con costernazione gli scaffali ormai pieni. E sentenzia: "Dovrò dare via i vecchi libri, altrimenti non so dove mettere i nuovi". Non l'avesse mai detto! "Cosa? Dare via??? Quei libri spettano a me!". Ci mancava poco che corressi dal notaio per farle fare subito testamento. "Non esiste che dai via i libri. Perchè non compri una libreria? Ci starebbe benissimo qua e poi hai voglia a metterci roba". Mia madre resta in silenzio per qualche minuto. Questa opzione deve averla colta di sorpresa. Fatti i dovuti calcoli costi-benefici, la genitrice mi guarda in modo inequivocabile: è fatta! L'ho convinta! Al suo rientro, il babbo viene investito subito dalla nuova direttiva. Inutile mettere il broncio e protestare, quando il caporale decide non si discute.
E così ieri arriva lei. Minimale, funzionale, bellissima!
E mentre il babbo e la mamma combattono con legno, viti e vitarelle, smontando e rimontando continuamente gli scaffali, io mi impiastriccio di gusto le dita tra farina, olio e lievito di birra, lo sguardo sognante, pregustando, insieme alla pizza, tutti i volumi che presto entreranno a far parte della famiglia.
Così mi godo anche questo San Valentino, festeggiando a modo mio. Tra esperimenti cul-inari e nuovi graditi acquisti, bambocciona per forza, traggo dalla mia attuale condizione in fieri tutto ciò che c'è di positivo, mentre mi do da fare per costruire per me e la persona che amo un avvenire migliore. Mi godo mio padre, che ormai c'ha una certa, come si dice dalle mie parti. E approfitto per passare con lui più tempo possibile. Tra alti e bassi, recupero anche il sempre complicato rapporto con mia madre. E ogni tanto ci scappa persino qualche prova di cucina. Una vera rarità, dato che né io né mia madre facciamo mai i dolci fatti in casa. Ecco spiegato perchè, con le mani già in pasta, mi ritrovo a fare i conti con il fatto che in casa mia non esiste il mattarello!
Nonostante tutto, in quattro ore quattro, realizzo dei meravigliosi, goffi, saporiti biscotti ripieni a forma di cuore. Sdolcinatamente, fottutamente iperglicemica, che manco Ugly Betty! In passato lo sono anche stata. Ugly Betty,intendo. Almeno fino al primo anno delle superiori. Occhiali a fondo di bottiglia, apparecchio fisso per i denti e vestiti improbabili. Ho imparato molto in quegli anni. No, sono tutte palle! Sono stati anni d'inferno per me. Epperò adesso è acqua passata, finalmente. Le mie belle rivincite me le sono anche prese. E sarà anche per questo mio passato da racchia che nelle rare occasioni in cui mi capita di ballare davanti alla gente, favorita dal buio e dalle luci stroboscopiche, ballo con tutta l'anima che ho in corpo, sperando che mi guardino tutti quelli che un tempo mi hanno dato della cozza. Cozza sì, ma con orgoglio! Cozza Pride, perdio!
Scende ancora una volta la sera, e mentre aspetto che la pizza preparata con le mie manine sante finisca di cuocere, la mia minuscola cucina diventa la mia pista da ballo. Brandisco la paletta da improbabile chef a mo' di chitarra e mi scateno a suon di rock 'n' roll! Chissà cosa penseranno i miei dirimpettai, meglio non pensarci...
Tutti Frutti, all over rootie,.... A-wop-bop-a-loo-lop a-lop bam boo
I got a gal, named Daisy, She almost drives me crazy .... She knows how to love me , Yes indeed Boia D'Un Mond, Faccio Tutto Mi!
Alcuni di voi lo sapranno già... Da un po' di tempo mi cimento con la radiofonia via web, una passione iniziata per gioco e poi diventata qualcosa di più, grazie al contagioso entusiasmo dei due pazzi dj di cui sopra e al mio pazzo amore per la musica.
Musica a cui devo davvero molto.
Devo l'avermi aiutato in alcuni casi a superare la timidezza, in altri a purificarmi dalle energie negative che rischiavano di avvelenarmi l'anima e la vita, in altri a tirar fuori emozioni sepolte in profondità che ho poi trasformato in parole. Molte delle quali avete letto qui in questi ultimi mesi.
Ma alla Musica devo, soprattutto, l'avermi salvato dalla depressione.
Questa che vi sto presentando è una puntata speciale per me, più delle due precedenti. Racchiude in un'ora di musica e parole quello che ho vissuto negli ultimi anni... e ne rappresenta forse la conclusione ideale.
Sicuramente il primo passo verso l'inizio di una nuova vita, in cui le delusioni e le porte sbattute in faccia si trasformano in benzina per accendere le mie vere passioni. O, almeno, questo è quello che spero.
Ma basta con i sentimentalismi, e passiamo al succo della questione...
Radio Prisma number 3 è il piccolo sfogo di una precaria quasi trentenne, alle prese con il duro mondo del post-laurea, tra stage, disoccupazione, lavoro nero, e decine di lavori precari, alla ricerca di un suo posto nel mondo. E' ancora possibile continuare a sognare quando, pur lavorando, non si riesce ad arrivare alla fine del mese?
Dite la vostra, cari web ascoltatori, vicini e lontani!
Radio Pazza ha bisogno di voi per continuare a sognare...
Per ascoltare la puntata, fate una capatina su RADIO PAZZAe troverete, oltre a Radio Prisma 3, la programmazione completa della radio, a cura di Bak e Grex.
Ovviamente, a Bak e Grex va, con affetto, il mio enorme grazie per aver dato inizio a quest'avventura.
A voi, lettori del blog silenti e non, va il mio grazie anticipato se vorrete seguirli e sostenerli nel loro progetto!
Avere a che fare con la morte è sempre stato difficile per me, eppure quella figlia di puttana mi ha stanato più volte negli ultimi anni. Non direttamente (non ancora, almeno), ma prendendosela sempre con le persone a me care. Fortunatamente il più delle volte è sempre rimasta con un pugno di mosche in mano, ma quando ha vinto lei... io ho sempre perso.
Quando conosco il risultato di una partita già in partenza, finisco sempre per abbandonare il campo. Peggio. Fingo persino che non ci sia nessuna fottuta partita in corso. Perdo l'uso della parola, persino della scrittura. E finisco per allontanarmi dalla persona a cui tengo, perchè non riesco ad accettare che possa andarsene dalla mia vita. Non sopporto di perdere il controllo.
Ecco, l'ho detto.
Oggi mi è tornata in mente la scena di una puntata di Dexter, quando uno strizzacervelli legge dentro l'anima del protagonista:
Tu tieni a distanza le persone perchè hai paura che possano vedere il tuo lato oscuro.
Non sopporti l'idea di perdere il controllo.
Per capire quando tutto è cominciato, devi tornare alla prima volta in cui ti sei sentito impotente.
Quand'è che ti sei sentito davvero impotente?
Io lo so quand'è che mi sono sentita davvero impotente. E oggi sono arrivata persino a pensare che, forse, la causa della mia sociopatia strisciante venga tutta da lì, dalla stronza numero uno. E non sto parlando della Morte, che invece, per quanto mi riguarda, è la stronza numero due. Ma guarda il caso? Stavolta la stronza numero due se la sta prendendo proprio con la persona che mi è stata più vicina, quando la stronza numero uno ha devastato la mia adolescenza.
Giusto ieri sera riflettevo sul fatto che quando la stronza numero due colpisce, io scappo. E mi sono detta: che cazzo stai facendo? Non ti è bastata l'ultima volta? Forza, tira fuori le palle e affronta la situazione!
Oggi, neanche a farlo apposta, junghianamente sincronica è arrivata l'occasione per farlo.
Il tramite è stata di nuovo una telefonata, come nel 2003. Anche questa volta, senza minimamente immaginare chi ci fosse all'altro capo del telefono, tra le tante persone che avrebbero potuto farlo ho risposto proprio io. Ed è stato un bene.
Quando ho riagganciato, non ho potuto non pensare a sei anni fa, al significato simbolico che quella telefonata aveva finito per rappresentare. E ho avuto paura, cazzo. Mi sono venuti i brividi. Ma finalmente, incontrollabilmente, ho pianto.
Ho pianto come non avevo fatto da mesi, pianto come se fosse stata la prima volta. Mi sono sentita meglio, perchè questa volta sono riuscita a far sapere alla persona speciale che c'ero... Questa volta non sono scappata.
Two hours later...
Tornando dal lavoro, allungo il mio giro prima di rientrare a casa. Le gambe in modalità "pilota automatico" mi conducono da sole. Attraverso la strada che mi porta verso il mare e arrivo nella piazzola che, tanti anni fa, mi ha visto lanciare coriandoli ovunque, mascherata da improbabile principessa primavera.
Un cielo meraviglioso mi aspetta, proprio sopra il mare. Faccio appena in tempo a catturare il sorriso ansimante di un ragazzo che fa jogging, a violare con lo sguardo l'intimità di una coppietta, ed evito per un pelo la montagna di sabbia che ha ricoperto quasi interamente la piazzola, riprendendosi lo spazio che un tempo era suo.
Le mani in tasca, mi avvicino al tramonto... Una bambina siede sul parapetto che dà sulla spiaggia, i piedi penzoloni. Ha il posto in prima fila e nessuna intenzione di perdersi lo spettacolo. Suo padre è con lei, ma non le basta. Chiama a gran voce sua madre e sua sorella, rimaste indietro: "Sbrigati, mamma, vieni a vedere! Il sole va a fare le ninne!". Non si placa finchè non arrivano anche loro. "Che figata!", urla, in preda all'eccitazione. E ha ragione.
Lo spettacolo dura poco meno di un minuto e mentre il sole scompare nel mare, non posso fare a meno di pensare a te, al tempo che mi sei stata accanto, all'amore che mi hai dato. A tutte le parole che ci siamo dette, a tutto il tempo che siamo state lontane, a quello che è stato e a quello che mai sarà.
Il sole è scomparso. Comincia a fare freddo. In lontananza, solo due bastimenti. Uno carico di speranza, uno di paura. Come in un trompe-l'oeil si scambiano continuamente di posto. Davanti a me ora incombe l'uno, ora l'altro.
Domani ci sarà un altro tramonto, sarò pronta ad affrontarlo? Ancora non lo so.
Me ne torno a casa con il cielo rosso stampato negli occhi. E penso che, in fondo, stai solo andando a fare le ninne.
Soundtrack: The Scientist - Coldplay
Come up to meet you, tell you I'm sorry You don't know how lovely you are
I had to find you Tell you I need you Tell you I've set you apart
Tell me your secrets And ask me your questions Oh, let's go back to the start
Running in circles Coming up tails Heads on the science apart
Nobody said it was easy It's such a shame for us to part Nobody said it was easy No one ever said it would be this hard
Oh take me back to the start
I was just guessing At numbers and figures Pulling the puzzles apart
Questions of science Science and progress Do not speak as loud as my heart
Oh tell me you love me Come back and haunt me Oh and I rush to the start
Running in circles Chasing our tails Coming back as we are
Nobody said it was easy Oh, it's such a shame for us to part Nobody said it was easy No one ever said it would be so hard
Sono passati due mesi e sei giorni dall'ultima volta che ho scritto qualcosa di sensato su questa moleskine nera che ormai sta per terminare le sue pagine bianche. Mi mancherà questo taccuino nero, il miglior gadget che mi abbiano mai regalato per promuovere un film.
Stavolta scrivo senza musica. O meglio, con una musica che forse è più Musica per me di tutte le altre. Il fragore delle onde, avanti e indietro, avanti e indietro, contro la battigia. Il sole di ottobre scalda ancora, ma soffia il vento, con dolcezza. Mi piace stare qui.
Oggi mi sono fatta coraggio e sono tornata lì, in quella squallida sala d'aspetto. Bianca, neutra, senza nemmeno la puzza di cloroformio. Non è per me che ci vado, ma questo non mi consola affatto. Sono tre anni ormai, senza contare tutti quelli che hanno preceduto la terza tempesta.
Gli occhi cerulei non c'erano nemmeno oggi, non è una novità. Ricomincia la girandola degli "Oggi non c'è, prova lunedì", e via così. Salvo poi ritrovarmi davanti quei maledetti occhi nei luoghi più impensati, mentre sto lavorando e non posso parlare. Cazzo.
Mi incammino decisa incontro al mare. La sabbia è ancora indurita dalla pioggia dei giorni scorsi. Orme di cani e di cristiani mi circondano, e mi torna in mente quella favoletta che alcuni di noi scrivevano sui diari di scuola... le orme di Dio scomparivano proprio nei momenti più difficili della nostra vita, perchè in quei giorni - così era la storia - camminava portandoci in braccio.
Io non lo so se Dio esiste o no e, onestamente, non mi interessa poi tanto. So solo che arrivano quei momenti in cui il mondo ti crolla addosso e pesa tutto sulle tue spalle. E non conta quante persone si hanno vicino. L'energia che possono trasmetterti è fondamentale, certo. Ma alla fine dei conti siamo soli. Soltanto noi possiamo tenderci la mano e rialzarci. E se la roccia continua a sgretolarsi implodendo, io e soltanto io posso rimettere insieme i cocci e ricominciare...
Per quanto continui a darci dentro e ad andare avanti, la misura periodicamente si colma e crollo. Forse è questo che devo imparare a fare: perdonarmi... Perdonarmi per questi cali energetici, per questi momenti di sconforto. Sdraiarmi così, come adesso, sulla sabbia, respirare il mare e rispettare finalmente la mia anima e il mio corpo che mi chiedono una tregua.
Non mi sento mai "abbastanza" in ogni singola, stupida cosa che faccio o dico, e maledico l'ossessione della perfezione che non vorrei avere, e che mi resta appiccicata addosso come un vestito che non ho scelto, ma senza il quale mi sentirei nuda, inadeguata, indegna di essere amata.
Un paio di giorni fa è stato il mio compleanno. Da qualche anno a questa parte non ho nessuna voglia di festeggiarlo, non so nemmeno io il perchè. Una strana malinconia comincia ad assalirmi nei giorni precedenti, fino ad accumularsi e fare tappo. E mi infastidiscono le domande di rito di amici e conoscenti, "Come festeggerai?", "Che farai di bello?". Bypasserei volentieri questa data, carica di aspettative che mi fanno solo stare male.
Ieri però ho visto qualcosa, qualcosa per cui ho deciso che vale la pena riprovarci ancora. Una data è stata la chiave. La data del mio compleanno. Ho voluto leggerlo come un segno. Un regalo del Destino. Forse sarà l'ennesima delusione, ma ho deciso di fregarmene.
Ci voglio credere ancora. Lo devo a me stessa. A te, a noi, al Sogno che mi porto dentro.
Voglio mettercela tutta, per l'ennesima volta. E guai a me se mi arrendo.
Finisco di scrivere, alzo la testa... Le vele, in lontananza, mi sorridono...
Non trovo pace. Almeno questo è pacifico. Peccato che sono tutto tranne che pacifica in questi giorni. Oggi è venerdì 17 e non me ne frega un beneamato. Grazie a Dio, o chi per lui, sono nata il giorno prima, anche se tutto ciò è stato vanificato circa dieci anni fa o giù di lì da uno specchio cadutomi dalle mani e andato in frantumi.
Ma tanto io non sono - comecazzosidice - di-a-da-in-con-su-perstiziosa.
Ok. State tutti calmi. Più che altro: IO DEVO STARE CALMA. Ma come si fa a stare calmi ascoltando Tommy?
Al culmine della malinconoia, le gambe mi hanno portato da sole... E sono giunta come un automa vicino al mare. Un saltello et... voilà! Ero in cima al muretto, la spiaggia sotto di me, a guardarlo... Com'è bello. Anche se tutt'intorno a me è pieno di monnezza, pomicioni e rompicoglioni.
Accendo il lettore mp3 e attaccano i Rolling Stones con Sympathy For The Devil... In questi ultimi tempi le quotazioni del "cornuto" (o "The Horned One", come disse una volta il buon Sting) stanno nettamente risalendo. Meglio non averlo in antipatia. Seguono i miei amati Smiths con Please Please Please Let Me Get What I Want, ma questo mantra che ho recitato, cantato, stonato lo scorso inverno sembra piuttosto avermi portato sfiga.
Ma io non sono superBiziosa, quindi chissenefrega.
Poi... l'estasi, la beatitudine interiore... quando attaccano loro. IChi... Che geni a scegliersi quel nome.
"Buonasera signori e signori, ecco a voi I Chi!". E tutti giù a chiedersi: "Chi???".
E così, senza neanche farlo apposta, mi ritrovo catapultata fuori dal torpore psico-fisico-somatico-mentale degli ultimi giorni a contemplare un sole che tramonta sul mare, cullata dalle note di Tommy... E a desiderare di saper suonare la chitarra solo per poter riprodurre quegli accordi iniziali...
Comincia a fare freschetto, ma resto così, come un'incosciente, solo con una maglietta di cotone addosso. Nessuna intenzione di indossare la felpa che ho annodato in vita.
Come in un trip mentale, spontanee si formano davanti a me delle immagini e mi torna la voglia di scrivere, ma non lo faccio. Non voglio perdermi questo spettacolo di raggi morenti che aprono un varco nel cielo e che vorrei tanto mi risucchiassero per un istante.
Decido di farmi una pera di Who. Torno nel cubicolo che mi compete e che non riesco più a chiamare casa e mi sparo tutto l'album. Le casse fanno cagare, sono quelle del pc. Ma hanno dei bassi accettabili, altro che l'mp3 cinese con una cuffia scassata...
Again. I feel like a feather in the wind. But I am the wind. How about that?
Io so chi sono. E lo so bene.
Come potrei non saperlo... L'ho imparato a mie spese. E non ho alcun rimpianto. Posso dirlo senza temere di sembrare presuntuosa, i conti non li ho mai fatti pagare a qualcun altro.
Sto imparando persino a far pace con i miei neuroni schizofrenici, poverini, che colpa ne hanno loro. Sono persino simpatici, anche se a volte li schiaccerei volentieri come mosche. Non sempre. Giusto quando scassano troppo la minchia e diventano pretenziosi.
A me non piace sentirmi dire cosa devo fare. Non mi è mai piaciuto. Come quando a scuola mi imponevano un soggetto da disegnare... Quanto mi pesava. Se invece mi girava un'immagine per la testa, allora mi ci mettevo d'impegno e mi veniva persino bene.
Stessa cosa per la musica. A orecchio, se voglio, posso riprodurre qualsiasi melodia. Nella sua forma più elementare, s'intende. Ma se mi si impone di studiare uno spartito o, peggio, di fare solfeggio... Mi viene l'orticaria. E dire che sono anche una discreta secchiona, quanto a studio. Però se parliamo di creatività, lì non riesco a essere metodica. L'odiosa ripetitività di un impegno costante, ma necessario. Persino all'arte, me ne rendo conto perfettamente. Eppure non riesco a far convivere questi due aspetti. E finisco per essere un'autodidatta dilettante con ottime potenzialità ma scarsi risultati.
Strano ma vero: non me ne frega un cazzo. Che sia una patetica forma di alibi a discolpa della mia inconcludenza?
No. Credo piuttosto che nessuno possa stabilire a quale punto della scala dell'impegno si possa collocare la "conclusione" di qualcosa. E non sto parlando di "conclusione" in senso pratico, del tipo: input x = output x+y.
Mi riferisco piuttosto alla conclusione che quella determinata azione/forma di conoscenza rappresenta per noi, in quanto individui unici e irripetibili e bla bla bla, in un dato momento della nostra vita. Data la relatività che sovrasta le nostre vite, allora le chiacchiere stanno (starebbero) a zero.
Socrate diceva che saggio non è colui che sa, ma colui che sa di non sapere.
Se è così, allora sto a cavallo. Mi sembra sempre di sapere tante cose, ma di non saperne molte di più. Ed è così che mi sento viva... Mi basta pensare che c'è ancora tanto, del mondo, da scoprire... E non conta sapere che non avrò mai il tempo per sapere tutto. Sono felice di sapermi continuamente in viaggio. E anche se suonerà retorico, non mi importa un fico secco se il viaggio sarà a mille chilometri da qua o il semplice tragitto che mi porterà da casa all'ufficio postale.
Quello che conta è chi o cosa incontrerò lungo quel percorso... E, più importante di tutto, saranno i miei occhi e le mie orecchie...
Soundtrack: Creep - Radiohead
When you were here before Couldnt look you in the eye Youre just like an angel Your skin makes me cry You float like a feather In a beautiful world And I wish I was special Youre so fuckin special
But Im a creep, Im a weirdo. What the hell am I doing here? I dont belong here.
I dont care if it hurts I want to have control I want a perfect body I want a perfect soul I want you to notice When Im not around Youre so fuckin special I wish I was special
But Im a creep, Im a weirdo. What the hell am I doing here? I dont belong here.
Shes running out again, Shes running out Shes run run run running out...
Whatever makes you happy Whatever you want Youre so fuckin special I wish I was special...
But Im a creep, Im a weirdo, What the hell am I doing here? I dont belong here. I dont belong here.