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2.4.14

Memoria Inaffidabile... O Creativa?


Appena iniziano i titoli di coda di Lei e sullo schermo appare il nome del regista e sceneggiatore, la mia mente fa un'associazione immediata: Se Mi Lasci Ti Cancello, orrida traduzione del molto più intrigante titolo originale Eternal Sunshine Of A Spotless Mind. Il mio cervello parte in quarta, i collegamenti tra i due film sono per lui chiarissimi! In quel momento, prima di attivare il buon wikipedia, sono ancora convinta che l'autore dei due film sia lo stesso. E, tutto sommato, a parte l'errore macroscopico che farà inorridire gli appassionati della settima arte, la mia memoria ha effettuato un'associazione che tanto stramba in fondo non è. Vado subito a spiegarmi.

Cancellate per un attimo le vostre conoscenze enciclopediche e i dati di fatto e attivate la vostra sospensione dell'incredulità, fingendo che l'autore sia il medesimo. In entrambi i film il tema portante è la fine di una relazione e, in entrambi i film, la tecnologia è un mezzo per contrastare il vuoto e il dolore per qualcosa che ormai appartiene al passato e che si ha difficoltà a lasciar andare. Nel primo film, di esattamente dieci anni fa, l'espediente tecnologico, volutamente richiesto dai protagonisti, ha la funzione di cancellare completamente dalla loro memoria tutti i ricordi associati alla persona amata. Per far fronte a una sofferenza si tenta di eliminare un intero periodo della propria vita dalla mente, e si rischia di perderne anche il buono, l'esperienza. Nel secondo film, invece, la nuova tecnologia, incontrata per caso e altrettanto casualmente provata per pura curiosità e senza sapere cosa aspettarsene, finisce per aiutare il protagonista a superare un momento doloroso, non senza difficoltà e complicazioni aggiuntive. [Chi non avesse ancora visto il film, eviti di leggere oltre, per non rovinarsi la visione]

Qual è la differenza, allora, questa volta? Il sistema operativo rivoluzionario OS1 - dal quale, a pensarci, non siamo poi così lontani -, o meglio, Samantha, è talmente evoluto e capace di rispondere agli stimoli esterni cambiando di conseguenza, da finire per aiutare il protagonista a compiere quel salto che, nel film del 2004, non era stato possibile (lì la scelta era stata riprovarci, darsi nuovamente la possibilità di vivere momenti felici con il rischio di soffrire ancora, ma pur sempre riattualizzando un passato). In Lei c'è invece un passare dalla rabbia e dalla nostalgia per un amore finito e dalle sabbie mobili di sensi di colpa e recriminazioni, a un Amore più puro, altissimo, che va oltre lo spazio e il tempo e non finisce assecondando i limiti umani perché è finalmente in grado di proiettarsi in uno spazio al di là del reale, quell'"infinito spazio bianco tra le parole di un libro scritto insieme", laddove niente è da buttare via, ma va a comporre quel ricco caleidoscopio di esperienze che ci rendono ciò che siamo. E qui, secondo me, in una scena finale che chiude perfettamente il cerchio di un'ottima sceneggiatura, è racchiuso tutto il percorso di Theodore ed anche il significato del film.

Una coscienza creata artificialmente, capace di amare e di farsi amare, attraverso la propria evoluzione mostra al suo partner umano da cui si sta separando come farlo andando oltre i limiti della materia ed esplorando gli infiniti spazi di un'entità che più ama più è in grado di espandersi e dare e ricevere amore. In uno scenario in cui milioni di individui appaiono sempre più soli e capaci di interagire molto di più con i propri device che con i propri simili, c'era il rischio di un finale molto pessimistico e negativo, che spesso ricorre nelle storie in cui le intelligenze artificiali varcano i confini delle funzioni per le quali erano state progettate. Sono rimasta piacevolmente colpita, invece, dal messaggio che mi ha lasciato Lei e che sento molto mio in questo periodo della mia vita, grata, anch'io, come Theodore, per ciò che il passato mi ha insegnato e per la capacità che sto sempre di più acquisendo di accogliere come parti di me esperienze e persone che sono apparentemente uscite dalla mia vita e che invece continuano ad esserci in un'altra forma, intangibile.

Ebbene sì, associando le due opere, Lei ed Eternal Sunshine Of A Spotless Mind, allo stesso autore ho preso un bel granchio, non sono molto portata per ricordarmi nomi di film, registi, sceneggiatori e attori, la mia memoria si ricorda molto più facilmente di emozioni, atmosfere, personaggi e trame. Eppure, stavolta, qualcosa di vero c'è, in questo collegamento sinaptico sbilenco. Leggo che per scrivere la sua ultima opera Jonze si è anche ispirato a un lavoro di Charlie Kaufman, proprio lo sceneggiatore di Eternal Sunshine con cui ho colto una continuità pazzesca! Chissà cosa ne penserebbero i due sceneggiatori... Di una cosa sono certa: Jonze deve aver amato molto Eternal Sunshine, ne sono sicura.


YUKI, AKA PRISMA
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Soundtrack: Everybody's Gotta Learn Sometime - Jeff Beck

28.5.12

Qualcuno Con Cui Correre



Adoro quando un film mi 'chiama' attraverso pochi fotogrammi che mi risucchiano immediatamente dentro una storia. Anche ieri è stato così. E non so se è perché da qualche mese anch'io ho un essere peloso che mi fa compagnia, o se è perché ho una naturale predilezione per i racconti di formazione o entrambe le cose, ma quel ragazzo smilzo e un po' impacciato che si accinge a condurre un cane fuori dalla gabbia di un canile per andare alla ricerca della sua padrona mi conquista all'istante.

Come un giallo, il racconto, tra una corsa e una fuga, un incontro e un flashback, mi conduce tra le strade di una Gerusalemme che non mi aspettavo e fino alla fine mi tiene col fiato sospeso, appesa ai miei "chi è davvero e da che cosa fugge Tamar?", che sono gli stessi interrogativi che spingono Assaf a non arrendersi, nonostante le botte prese dai poliziotti prima e da loschi figuri poi. E' lo stesso fascino del mistero a rapire protagonista e spettatori fino all'epilogo finale, veramente ben costruito e per nulla scontato, almeno per me.

A tratti questa storia mi ha ricordato le atmosfere dei Gatti Persiani, dove la musica, come in Qualcuno Con Cui Correre, è legata a filo doppio con il senso del pericolo, concreto e non soltanto come minaccia che incombe, e le peripezie di August Rush e dell'orribile 'manager del talento' che sfrutta ragazzini di strada a beneficio delle sue tasche. Per non parlare del duetto chitarristico che a metà film mi ha riportato alla mente il portentoso connubio artistico tra Rodrigo e Gabriela. Non conoscevo il romanzo di David Grossman da cui il film è stato tratto, ma ricordavo l'autore per la sua partecipazione alla trasmissione di Fazio dedicata a Saviano, qualche anno fa.

Che dire, sono rimasta piacevolmente colpita dalla storia, seppur nella sua trasposizione cinematografica, e sono nuovamente grata alla 'lanterna magica' per avermi permesso ancora una volta di viaggiare in una cultura così lontana dalla mia, in cui però ho potuto ritrovare tanto di me. Dal cane all'amore per la musica e, sì, anche per i ragazzi introversi ma decisi, pronti a sfidare qualunque difficoltà pur di restarti accanto. E non è un caso se tra meno di tre settimane io stia per sposarne uno. Ma diciamolo sottovoce, ché - si sa - a noi un po' introversi e un po' riservati, piace così.


YUKI, AKA PRISMA

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8.2.12

L'Eternità E' Un Istante Che Si Dimentica?




Non posso credere di averlo trovato!
Innamorarsi a prima vista di due volti, di una scena, di un'atmosfera, di un dialogo... dell'irresistibile alchimia tra due personaggi.
Dannarsi per giorni per ritrovare l'intero da cui il frammento era tratto e scoprire un capolavoro.

Non vedo l'ora di vederlo, ma già so che sarà l'inizio della scoperta di qualcosa di straordinario.
Quando il Caos e il Caso partoriscono Poesia!
Quella di cui avevo bisogno.



YUKI, AKA PRISMA

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SOUNDTRACK: Eleni Karaindrou - Adagio (Musica dal film "Paesaggio Nella Nebbia" di Theo Angelopoulos)

5.2.12

E La Ricerca Del Tempo...


...a volte è proprio dal Silenzio che scaturiscono, improvvise, le Risposte più preziose.
Basta saper aspettare.


Ieri ho visto Momo. Avevo comprato il dvd quasi per caso a prezzo stracciato in uno di quei cestoni da ipermercato tantissimo tempo fa. Era l'inizio di ottobre 2010, qualche giorno prima che mio padre morisse. Avevo preso quel dvd incuriosita dalla trama, ricordando di aver letto in qualche blog un accenno alla storia e al personaggio. Non sapevo esistesse anche un film con attori in carne e ossa, oltre al cartone animato che non ho ancora visto.

Ieri pomeriggio, dopo una piacevole passeggiata nella neve, qui, nella mia nuova hometown tutta imbiancata, mi sono decisa. Ho aperto l'involucro di cellophane e infilato il dvd nell'apposito lettore, sentendomi ironicamente, in tempi di blue ray e 3D casalinghi, quasi una nostalgica dei vecchi media. Non avevo idea di quando fosse uscita per la prima volta nelle sale questa pellicola, ma non per disattenzione. Alla fine del film ho cercato una qualche indicazione sulla copertina del dvd, ma niente. Nessun accenno.

Ci pensa internet a darmi le informazioni che cerco. L'uscita data 1986, coproduzione italo-tedesca, starring, tra gli altri, Ninetto Davoli. Musiche di Angelo Branduardi. E, nei titoli di coda, tanti i nomi delle maestranze che un tempo davano lustro al nostro cinema con effetti speciali artigianali, quando il computer era ancora ai suoi albori - almeno da noi. Peccato che al dvd manchino i contenuti extra, mi sarebbe piaciuto tantissimo conoscere i dettagli tecnici della realizzazione dell'opera.



Mi sono trovata dapprima spiazzata, poi incuriosita, infine affascinata da questa piccola perla dimenticata. A tratti infantile e ingenuo, a tratti favolosamente visionario e surreale per la commistione tra immagini, musica ed effetti sonori, questo film mi ha colpito e non soltanto per la storia in sé. Ancora una volta alcune parole si sono staccate dal loro contesto per risuonare in me come un mònito*, esattamente nel momento in cui ne avevo più bisogno.

Oggi ho pensato di nuovo al Tempo e al Silenzio. E a come i pezzetti del puzzle continuino a combinarsi insieme seguendo una logica invisibile. Il Silenzio è l'alleato prezioso di Momo. E' proprio quando la bambina non parla che tutti si rivolgono a lei in cerca di un consiglio, di comprensione, di aiuto. I suoi occhi parlano per lei, la sua sola presenza riporta armonia e gioia di vivere nella comunità che l'accoglie, povera e vestita di stracci, come una sorella e un'Amica preziosa.



Non sarà per sempre. La corsa contro il Tempo, i ritmi disumanizzanti del mondo moderno, la lasceranno indietro. Con l'aiuto della tartaruga Cassiopea e del maestro Hora, Momo dovrà affrontare gli uomini in grigio per riportare la comunità ai ritmi di una volta, quando trascorrere il tempo con gli amici era un piacere quotidiano e non si viveva soltanto per lavorare.

Se avrete la voglia e la curiosità di avventurarvi, riconoscerete nel personaggio creato da Michael Ende la rappresentazione simbolica di un Tempo che fu, quando la vita scorreva meno frenetica e le ore a nostra disposizione non erano ancora avidamente contese dalle banche degli uomini in grigio, che per strapparle a noi umani hanno instillato in noi la paura della morte e tanti inutili bisogni fallaci per contrastarla. Efficacissima la scena delle bambole-robot lanciate da uno di loro a Momo nel mezzo dell'anfiteatro vuoto allo scopo di farle dimenticare gli amici che non hanno più tempo per lei.

Su YouTube ho trovato soltanto pubblicazioni in inglese e tedesco. Segno del maggiore successo evidentemente riscosso dal film all'estero, più che da noi. Lascio qui i link, per chi avesse voglia di vederlo. La versione in tedesco è integrale, quella in inglese è divisa in parti. Per quella in italiano dovrete provvedere voi! :)

In tedesco:



In inglese:




E questa è la scena che più mi ha colpito*, con le preziose parole pronunciate da Beppo lo spazzino tradotte da Fabio, che ringrazio tantissimo!




"A volte abbiamo una lunga strada davanti e pensiamo che è così lunga che forse non ce la faremo mai a percorrerla fino in fondo.
Allora ci sbrighiamo, andiamo sempre più veloci, ma voltandoci poi ci rendiamo conto che la strada da fare è ancora lunga, proprio come prima (...).
Non devi mai pensare alla strada tutta per intero, capisci? Pensala tratto per tratto, un respiro, poi un passo, e poi il successivo, e così via. Questo ti rende felice!
Questo è importante, hai fatto un buon lavoro.
Ed improvvisamente ti rendi conto di averla percorsa tutta quella strada, senza rendertene conto, e questo è importante!"



YUKI, AKA PRISMA

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Sountrack: Cesária Évora - Tiempo y Silencio

25.1.12

Un'Estate Con Monika...




Ieri, per la prima volta, mi sono accostata al cinema di Bergman. A chiamarmi a battesimo è stato Monica E Il Desiderio. Associo da sempre, quasi automaticamente, il regista svedese a tematiche profonde, anche un po' ostiche, perciò mi hanno colpito da subito, di questo film, la naturalezza dei dialoghi e l'apparente 'semplicità' del mostrare due persone ordinarie in pausa dal loro lavoro, fatto che mi ha riportato alla mente il nostro neorealismo e quanto mi piacerebbe che si tornasse anche noi a parlare in modo dignitoso della vita vera, senza tutta quella retorica e palese finzione che permea molto del nostro cinema più recente.

I due protagonisti, Monika e Harry, ci vengono subito presentati nei loro tratti caratteriali più salienti. Spregiudicata la prima, dolcemente ingenuo il secondo. Già in questa prima scena che li vede insieme, al loro primo - casuale? - incontro è inscritto il loro destino. O almeno, d'istinto, è questo che vi ho letto. Monika proietta da subito il suo desiderio di fuggire da una realtà che le sta stretta sullo 'sconosciuto' Harry: "Io andrei lontana, via, e non tornare più! Vagare per il mondo senza meta... Ti piacerebbe?", pronunciata quasi per gioco al bar, prima di riprendere il lavoro. Qui ha inizio il progressivo avvicinamento tra i due, movimento di cui - ai miei occhi - è sin dal primo momento la giovane donna ad avere in mano il timone. Mi verrebbe da dire che è in questo istante che Monika inizia a tessere la sua tela.

Da un invito al cinema inizia la storia d'amore tra i due, che culmina con la fuga di Monika da casa dei genitori e il viaggio della coppia a bordo della barca a motore del padre di Harry, dopo che entrambi hanno lasciato famiglia e lavoro per inseguire il sogno di una vita libera, lontano da tutto e tutti. Il bianco e nero paradossalmente diventa prismatico nel percorso che ci accompagna da Stoccolma a un'isola nei suoi dintorni, fatta di scogliere e natura selvaggia. Mi sono sorpresa di quanto fossero più ricche le immagini proprio per l'assenza del colore, che riuscivo invece a intuire facilmente attraverso i chiaroscuri.

Nel vedere i due giovani cucinarsi da mangiare e lavarsi all'aria aperta, con mezzi di fortuna, mi sono ricordata per un attimo di Into The Wild, della fuga anche in quel caso dalla società e dalle sue imposizioni, culminata poi drammaticamente. Brevemente, per uno strano processo di associazione, ho rivisto nella mia mente anche qualche fotogramma di Aurora di Murnau, e un percorso di coppia inverso, questa volta dalla campagna alla città e poi ritorno, con un doppio finale (quello tragico, soltanto sfiorato - forse il più vero - e quello effettivo, decisamente più hollywoodiano - probabilmente imposto).

Sull'isola l'amore tra Monika ed Harry è dapprima tenerezza e sensualità, gioco e spensieratezza, illusione di eternità che in sé già racchiude l'inevitabile fine. Poi, prosaico declino. Quando il diciannovenne afferma ad alta voce, tenendo l'amata tra le braccia, la certezza che tutto andrà bene e che i due rimarranno insieme per sempre, i suoi occhi ancora non riescono a vedere la caducità di una promessa nata per essere infranta.

Ben presto i problemi inizieranno a farsi sentire, la morsa della fame spingerà Monika, incinta, a procurarsi da mangiare rubando, fin quasi a rischiare l'arresto. La scena in cui, fuggita dalla casa dei derubati, la giovane nascosta nella boscaglia addenta l'arrosto di cui si era impadronita mi è parsa l'apice cinematografico della natura irrispettosamente selvaggia della ragazza. Non sono riuscita mai a percepire del vero amore in lei, ma solo fame cieca e ho provato un istintivo fastidio verso i suoi modi, verso il suo continuo approfittare della bontà di Harry, complice, dal canto suo, nella sua iniziale ingenuità, di un disegno poco pulito fin dall'inizio. Si potrebbe forse obiettare che la giovane sia stata anche lei spinta da un innocente desiderio di trovare l'amore ed una nuova vita - in fondo la sua commozione al cinema davanti a un amore impossibile sembra sincera - ma non posso non pensare alla sua malizia e al suo aver pilotato gli eventi per i suoi interessi. Non è forse un caso che, poco prima di mostrarci Monika risalire a bordo del motoscafo, Bergman indugi su una ragnatela e il suo abile tessitore.

Ho ripensato alle due scene ambientate a casa dei genitori di Monika e allo stridente contrasto tra sua madre, alle prese con i fratellini scalmanati, le faccende casalinghe e il padre amante dell'alcol, e la giovane, totalmente immersa nei suoi bisogni e interessi che, senza mai muovere un dito per aiutare in casa, sbotta in un modo che ho trovato esagerato e chiaro ed efficace indicatore della sua natura egoista, capricciosa e infantile. Così Monika ci appare, infatti, al ritorno in città, dopo il matrimonio e il parto. Da subito è Harry a pensare a tutto. Lavora, studia e bada alla neonata, di cui la moglie non sembra avere alcuna intenzione di occuparsi, nemmeno quando il marito è assente. La protagonista, irritabile e annoiata, lascerà che sia la zia di Harry a pensare alla bambina e alla casa e finirà per tradire il compagno andando a letto con una vecchia fiamma. Non contenta, spenderà i soldi che lui le aveva lasciato per pagare l'affitto per comprarsi un vestito. Queste le gocce che faranno traboccare il vaso e risveglieranno finalmente Harry da un sogno finito da tempo.

C'è un'inquadratura della protagonista, poco prima della conclusione della pellicola, che ne incarna la natura vampiresca, da mangiatrice di uomini. E non si può dire che non ne fossimo stati avvisati. Fin dall'inizio più e più volte, nelle interazioni con i colleghi maschi, con una vecchia fiamma, nel suo stesso modo di esprimersi ("mi si gela il sottoschiena", che in questa forma edulcorata è probabilmente frutto dei traduttori nostrani dell'epoca) e di atteggiarsi davanti allo specchio, Bergman ci ha mostrato chi è Monika. Una donna che pre(te)nde tutto e subito. Capace di amare soltanto il riflesso di se stessa, di dare ordini. Ricorrente quel suo "komm!", "vieni!", pronunciato a più riprese per portare il malcapitato di turno a fare quel che lei desidera. E' questo il ritratto di donna che il regista ci restituisce ed è un'immagine potentissima, universale, oserei dire anche un po' misogina, alla fine di tutto. Ma non è così. C'è l'inganno di un amore, che in realtà amore non era fin dall'inizio, ma che dell'amore aveva assunto le sembianze. Ci sono lo struggimento, i sorrisi, il contatto - questo sì - reale tra due corpi, che dura giusto il tempo di un'estate. E oggi, infatti, cercando qualche dato in rete, scopro che il titolo originale rende giustizia a tutto questo, Un'Estate Con Monika, laddove invece la sua traduzione italiana, Monica E Il Desiderio, mi aveva lasciato piuttosto perplessa.

Se il personaggio di Monika e la storia raccontata possono sembrarci qualcosa di scontato forse oggi che l'emancipazione femminile e la libertà dei costumi sono una realtà, non dovevano esserlo affatto nel 1952, anno in cui il film ha visto la luce. Il vero protagonista, se per tale s'intende colui che nell'arco del racconto affronta un cambiamento, è senz'altro Harry, che, anche grazie all'incontro con la donna, finisce per rivoluzionare completamente la sua vita. Se prima era un semplice garzone, ora è un uomo capace, apprezzato nel lavoro, capace di ambizione e voglia di migliorarsi. Se prima era l'unico figlio di un padre silenzioso, provato dalla precoce morte della moglie, lo ritroviamo padre single, in carriera. Nell'ultima sequenza, la bambina tra le braccia, i suoi ricordi dei momenti felici insieme alla madre di sua figlia non mi sono sembrati rimpianti, né rimorsi. Vi ho letto, nonostante tutto, la gioia quasi incredula per ciò che è stato, e il coraggio e la voglia di costruire un nuovo domani. Per sé e per il frutto prezioso di una stagione ormai finita.

Devo ammettere che il film al primo impatto mi ha irritato, e forse è questa la sua forza. Deve aver toccato un nervo scoperto, il mio fastidio per un certo tipo di donna e, soprattutto, per il fascino che dalla notte dei tempi questo continua a suscitare negli uomini. E' l'universale consapevolezza della crudeltà di un crying game a cui è così difficile resistere. In questo Bergman è stato poeticamente impietoso ed efficace. E lo specchio che nel film pone all'inizio e alla fine davanti ai suoi personaggi, lo ha piazzato in realtà davanti a tutti noi.


YUKI, AKA PRISMA

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SOUNDTRACK: Emeli Sandé - Heaven

13.1.12

Au Revoir, Les Enfants


Life really sucks sometimes. But I'm not one of those who don't fight back!

Non ce la faccio proprio più. Non ne vale proprio la pena di sbattersi tanto. Va tutto a puttane comunque. Non è da me, ma oggi mi sento così. Don Chisciotte de 'sta minchia.
Il fatto è che un bel giorno ti 'vomitano' su questa terra e poi... te la devi cavare da solo e sono tutti cazzi tuoi.
Se sbaglierai tu, pagherai quasi sempre. Quando sbaglieranno gli altri, molto spesso faranno 'orecchie da mercante'.
Arrivi al punto che dici: ma chi cacchio ve l'ha chiesto di tirarmi fuori da lì! Stavo tanto bene per i fatti miei.
Dov'è finita la Poesia, e perché quei brevissimi attimi sono così rari? (modalità 'domanda retorica': ON).
La voglia di mollare tutto è davvero forte. Che cazzo di paese.




Aggrapparsi con tutte le proprie forze alla Bellezza per non annegare... laddove la Bellezza non è mera apparenza od esteriorità, è il bagliore del 'divino' insito in ognuno di noi quando si fa strumento e 'voce' dell'Anima, del Dolore elevato a strumento di Conoscenza e veicolo per riconoscere e conquistare la Gioia. Sapere chi si è e non dimenticarlo mai. Si soffre ogni volta che si vive la vita di qualcun altro, convincendosi che sia la propria.

"Au revoir les enfants s'inspire du souvenir le plus dramatique de mon enfance. En 1944, j'avais 11 ans et étais pensionnaire dans un collège catholique, près de fontainebleau. L'un de mes camarades, arrivé au début de l'année, m'intriguait beaucoup. Il était différent, secret. J'ai commencé à le connaître, à l'aimer quand, un matin, notre petit monde s'est écroulé. Ce matin 1944 a peut être décidé ma vocation de cinéaste. C'est ma fidélité, ma référence. J'aurais dû en faire le sujet de mon premier film, mais j'hésitais, j'attendais. Le temps a passé, le souvenir est devenu plus aigu, plus présent. L'an dernier, aprés dix ans aux Etats Unis, j'ai senti que le moment était venu et j'ai écrit le scénario d'Au revoir les enfants. L'imagination s'est servi de la mémoire comme d'un tremplin, j'ai réinventé le passé, au-delà de la reconstitution historique, à la poursuite d'une vérité à la fois lancinante et intemporelle. A travers le regard de ce petit garçon qui me ressemble, j'ai essayé de retrouver cette première amitié, la plus forte, brusquement détruite, et la découverte du monde absurde des adultes, avec sa violence et ses préjugés. 1944 est loin, mais je sais qu'un adolescent d'aujourd'hui peut partager mon émotion".

Louis Malle

Amerò e rispetterò sempre con tutta me stessa chi riesce a custodire dentro di sé sentimenti così intensi e veri e a questi consacrare la propria vita e i frutti che seminerà nel mondo. Vorrei non avere tanta paura di fare altrettanto.

"-Che giorno è oggi?
- 17 Gennaio. Giovedì.
- Ti rendi conto che non ci sarà mai più un 17 gennaio 1944? Eh? Mai. Mai più. E fra quarant'anni la metà di questa gente sarà morta e sepolta.
- Dai, vieni.
- Ma ci sono solo io che penso alla morte, in questo collegio? E' incredibile!".


YUKI, AKA PRISMA

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Soundtrack: Franz Schubert - Moment Musical No. 2


9.1.12

L. S. D. - La Sua Dote...




...è di farsi coraggio!

Torno, dopo poco tempo, ad occuparmi di serie americane, soffermandomi di nuovo su un singolo episodio che ritengo significativo, soprattutto per me. La serie in questione è Fringe, autore il prolifico creatore di Alias e Lost, per citare le sue due creature più famose. In questa serie più recente J.J. Abrams fa convergere tutte le sue più grandi passioni, lo spionaggio, le guerre tra due mondi, la scienza, le missioni quasi 'impossibili', gli esperimenti fantascientifici che travalicano i confini etici, il gusto per l'orrorifico e il disgustoso, le trame contorte, la psicologia e lo scavo nelle paure più profonde di ogni essere umano, spesso legate all'infanzia e ai legami primari, e si diverte come un pazzo a smantellare le certezze dei suoi personaggi e, di riflesso, quelle degli spettatori.

Il personaggio di Oliva Dunham mi ha sempre affascinato. Intelligente, abile e coraggiosa, nonostante le sue insicurezze le impediscano di realizzarsi a pieno. Nell'episodio 19 della terza serie ci ritroviamo catapultati all'interno della sua coscienza - più del solito siamo chiamati ad attivare la sospensione dell'incredulità e a 'sposare' le regole del mondo abramsiano -, dove Walter e Peter Bishop, padre e figlio operativi all'interno della sezione "Fringe" dell'FBI del nostro mondo, insieme alla coscienza del defunto William Bell trapiantatasi nel corpo di Olivia, sono alla ricerca della rappresentazione mentale della giovane donna che, sconvolta dalla presenza, dentro di sé, di qualcosa di estraneo, è andata a nascondersi in chissà quale luogo del suo cervello per non essere sopraffatta dai continui attacchi di presenze nemiche che attentano alla sua vita.

Ad un certo punto del 'viaggio', favorito dall'assunzione di L.S.D. e da appositi marchingegni creati da Walter Bishop nel suo laboratorio di Harvard, i protagonisti si trasformano in cartoon, con un divertente quanto strano effetto visivo che mi ha ricordato quando, ai tempi dell'università, il mio professore di Storia del Cinema ci mostrò la cervellotica e affascinante creazione di Richard Linklater, Waking Life, in cui le immagini filmate con attori veri erano state ridisegnate grazie alla tecnica della rotoscope animation.

Al di là di americanate varie, esagerazioni che puntano a stupire forzando ogni logica - e che a me piaccono molto, beninteso! - e la consapevolezza che potremmo ritrovarci alla fine - come in Lost - con un pugno di mosche in mano, ciò che mi è sempre piaciuto dei lavori di Abrams è il forte radicamento psicologico delle azioni che innescano la trama. La scena che più mi ha colpito, nella sua - forse per alcuni scontata - semplicità, è la seconda* che vi vado a mostrare, dopo la prima che è invece necessaria per comprenderne meglio lo svolgimento. Purtroppo ho trovato soltanto la versione in lingua originale, ma non dubito che, chi sarà interessato, non avrà problemi a trovare quella tradotta in italiano.

Vi basti sapere che in quella 'bambina' intrappolata all'interno della propria coscienza, in fuga dalle sue stesse paure, che finalmente trova il coraggio di affrontarle a viso aperto e ordinar loro di fermarsi e, così facendo, diventa adulta, non ho potuto non ricoscermi, o meglio, riconoscere l'unico processo che potrà portarmi a rimuovere quegli odiati blocchi interiori che mi buttano spesso a terra e mi impediscono di fluire, rinnovando antiche sofferenze e 'ridisegnando' il mondo intorno a me in tinte fosche e minacciose, trasformando gli 'altri' in pericolosi nemici pronti ad annientarmi, metaforicamente parlando.

Le parole conclusive di William Bell, o meglio, della sua coscienza, me ne danno la conferma:

"Dovevi essere al sicuro nella tua psiche, ma tu sei quella che sei. Non ti sei mai sentita al sicuro. Tu sei il tuo peggior nemico, Olivia. Hai sempre lasciato che le tue paure ti inghiottissero, ma le hai appena affrontate. Alla fine hai dimostrato la forza che io e Walter abbiamo sempre visto in te. Ora la vedi anche tu".


Fringe 3x19 Peter/Olivia "This is not you..."


Fringe 3x19 William/Olivia "Now you go back"



YUKI, AKA PRISMA

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SOUNDTRACK: Fringe - Opening Theme 80s Retro



* Questa scena, non posso non aggiungerlo, mi ha riportato alla mente la conclusione, efficacissima, del videoclip del brano Angel dei Massive Attack.

6.1.12

Influenza?




ed è un violento scroscio/
di pioggia e vento/
a portarmi via/
dopo Cassavetes/
e la sua donna/
sotto l'influenza


YUKI, AKA PRISMA

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16.12.11

The Importance... Of Being Mad!




Non scrivo quasi mai recensioni, di nessun genere, il più delle volte perché mi costa fatica dipanare in una forma comprensibile il bolo di emozioni verbali e non verbali che mi resta dentro dopo aver goduto del frutto della creatività altrui. Riesco a farlo soltanto quando l'accumulo è tale e talmente potente da far saltare il tappo che tiene pandorianamente chiuse le mie parole, dopo tanto fluire proveniente dall'esterno. Questa notte è stato così.

Da tempo, per motivi soprattutto di ordine pratico, la visione di film in sala e non si è drasticamente ridotta a favore di serie televisive, inglesi e americane. Non scordo chi un giorno mi disse, lontano mentore di giorni di sogno, che le grandi menti della scrittura si erano da tempo trasferite dagli studi di Hollywood al regno delle tv via cavo. Non possiedo gli stessi parametri di giudizio di chi si era espresso in questo senso, ma la mia sensibilità - questa sì, credo di possederla, e non sempre è un bene - mi fa dire che aveva ragione.

La puntata numero 7 della quarta stagione di Mad Men ne è un fulgido esempio, così forte da impedirmi di togliermi gli occhiali, spegnere il computer e andare a dormire, come faccio di solito dopo essermi immersa per i tre quarti d'ora canonici nel mondo della pubblicità di una ruggente New York anni '60. Stanotte qualcosa si è smosso dentro di me, riportando a galla tutto un mondo che, a pensare che sono già passati cinque anni, fa quasi paura.

Chi conosce la serie avrà avuto modo di entrare, puntata dopo puntata, in quello che sarebbe poi diventato il terreno di coltura della società consumistico-recessionista di oggi, quasi come se qualcuno avesse lasciato inavvertitamente aperte le quinte di uno spettacolo di successo i cui segreti sarebbero dovuti restare tali, per perpetuare la sospensione dell'incredulità che da sempre lo tiene in piedi. Chi l'avrebbe mai detto che un giorno ci avrebbero permesso di sbirciare nelle stanze in cui si studiano i nostri più profondi desideri e si 'pilota' cosa dobbiamo comprare, chi, in definitiva, vogliamo essere?

Tra strette di mano, fusioni, accordi sotto banco, emancipazione femminile agli albori, mobbing omofobico ante litteram, strategie militar-pubblicitarie, vecchi rancori e vecchie conv(i/e)nzioni, attraverso le vicende della Sterling-Cooper (poi anche Draper-Price), col senno di poi possiamo ripercorrere i nostri vecchi passi e capire com'è cominciato tutto, ma senza rimpianti.

Per quale motivo proprio la settima puntata della quarta serie? Perché magistralmente, dopo un'inizio ordinario, quasi in sordina, e un'escalation sotterranea e abilmente costruita, conduce chi guarda ad un poderoso climax che è conseguenza e summa di tutto quanto è stato seminato dall'inizio fino a questo momento. Ecco perché amo le serie angloamericane. Non ci sono 'spiegoni', parole in eccesso, forzature estreme. Tutto è seminato con attenzione. E ciononostante i personaggi non smettono di sorprenderci, senza tuttavia mai stonare. Tridimensionali nel vero senso della parola, anche se in questa serie alcuni di loro mi sembrano soprattutto multidimensionali per la molteplicità di luci ed ombre che si intrecciano nel loro passato e presente. Mi riferisco a Don Draper e a Peggy Olson, le cui linee narrative arrivano in questa puntata a ricongiungersi fino ad entrare in collisione, dopo un lungo percorso fatto di non detti, piccole vendette e rancori taciuti, dove carriera e privato arrivano finalmente a collassare portando alla luce il vero motivo che li ha sempre uniti, in un rapporto difficile da definire, se ci si limita agli standard tipici di quella mediocrità superficiale che di solito è l'unico canale di lettura che le persone tendono ad usare per catalogare anche ciò che è al di là della propria comprensione e immaginazione.

La solitudine di entrambi in questo episodio è schiacciante. Ogni maschera finisce per cadere e la nudità che per brevi istanti li rende figli dello stesso dio minore, fratello e sorella d'anima in cerca entrambi di colmare quel vuoto ancestrale che continua a chiamarli a sé sin dalla tenera età, non ha niente di sessuale, ma è violentemente tenera e pulsa d'innocenza niente affatto ingenua, piuttosto avida di riscattarsi e dimostrare a tutti quanto vale, nonostante le fragilità che la rendono così autodistruttiva e, al contempo, combattiva e fiera.

Non vorrei dire di più, se non che mi sono tornati in mente quei giorni in cui ho saputo sfidare me stessa e le mie paure. In cui mi sono trovata in stanze 'segrete' a scrivere da protagonista, dipanando storie e accadimenti seguendo la traccia concordata, dosando sapientemente escalation di emozioni e sentimenti, lim(it)ando le parole e ampliando la 'visione', senza alcuna certezza, di futuro o pecunia. Soltanto per imparare e sperare.

E se ricominciassi da dove 'ho' lasciato? No. Indietro non si torna, né si può tornare. L'istinto, mia somma guida, mi dice che va bene così. Ho preso quel che c'era da prendere. E mi riferisco ai 'tesori' che niente hanno a che vedere col denaro o la smania di successo. Pezzi del puzzle, che un giorno andrò a completare. A modo mio. Perché è così che deve essere. Nel frattempo, sarà un vero piacere lasciarmi guidare lungo il sentiero da certi gustosi sassolini che altri, più bravi di me, avranno lasciato in giro. Finché avrò occhi per guardare, e orecchie per sentire, io non mollo! Questo è sicuro.

Vi lascio alla canzone su cui scorrono i titoli di coda della puntata... perché, va detto, anche la colonna sonora è di gran classe!


YUKI, AKA PRISMA

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Soundtrack: Bleecker Street - Simon & Garfunkel




Fog's rollin' in off the East River bank
Like a shroud it covers Bleecker Street
Fills the alleys where men sleep
Hides the shepherd from the sheep

Voices leaking from a sad cafe
Smiling faces try to understand
I saw a shadow touch a shadow's hand
On Bleecker Street

A poet reads his crooked rhyme
Holy, holy is his sacrament
Thirty dollars pays your rent
On Bleecker Street

I heard a church bell softly chime
In a melody sustainin'
It's a long road to Canaan
On Bleecker Street
Bleecker Street

12.3.11

Shutter Island





Finalmente sono riuscita a vedere Shutter Island, un intricato viaggio negli abissi della mente umana. Sconvolgentemente bello. Se non l'avete ancora visto, provvedete. Cazzo, ho i brividi. Chi mi conosce, può facilmente capire il perché.

Da tempo amo dire che film, libri, musica, persone mi "chiamano" a sé quando è il momento giusto, quando si rendono necessari alla mia evoluzione, se mai ve ne sia una. Tempo fa mi è capitato con la visione di Biutiful, stasera con il film di Martin Scorsese, tratto dal romanzo di Dennis Lehane.

Non vi svelerò nulla della trama, dovrete gustarvelo fino alla fine, se siete tra quei pochi che non l'hanno ancora visto. Solo vi dico che sono film come questi, e mi riferisco in particolar modo al finale, a farmi vibrare l'anima in un fremito di orgoglio e volontà di vivere. Esattamente. Volontà di vivere. La stessa che mi ha permesso allora di reagire allo tsunami e portare avanti la mia vita. La stessa che mi permette oggi di ricostruirmi, dopo gli ultimi due uragani, lottando contro me stessa e la mia paura di non farcela, nonostante non sia io l'origine dei cataclismi.

Ancora una volta la lanterna magica ha riacceso prepotentemente la voglia di contribuire, nel mio piccolo, a raccontare un'urgenza più grande di me. A costo di risultare ripetitiva, rinnovo come un mantra lo stesso desiderio per ingannare un'attesa che si fa sempre più insopportabile. Fremo per avere finalmente lo spazio, mentale e non, per dedicarmi a questo che più che un sogno è diventato quasi una ragione di vita.

Non fraintendetemi, non pensiate che sia ossessione. Piuttosto speranza, di trasformare tutto questo in azione. E allora questo refrain, che de vez en cuando torno a canticchiare, è per me, per la bambina spaventata che cerco di rassicurare, per la donna che ancora non si sente completa, ma in fondo sa di essere pronta a prendersi per mano e, con lei, tutti coloro che nella sua anima si rispecchieranno.

Ce la farò. Ce la voglio fare. A costo di metterci una vita intera.

YUKI, AKA PRISMA

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Soundtrack: This Bitter Earth - On The Nature Of Daylight - Dinah Washington e Max Richter


Questi archi mi stanno letteralmente spalancando l'Anima... che meraviglia.




This bitter earth

Well, what fruit it bears

What good is love

Mmmm that no one shares

And if my life is like the dust

Oooh that hides the glow of a rose

What good am I

Heaven only knows



Lord, this bitter earth

Yes, can be so cold

Today you're young

Too soon, you're old

But while a voice within me cries

I'm sure someone may answer my call

And this bitter earth

Ooooo may not

Oh be so bitter after all

8.2.11

I Almost Cried My Heart Out




Stanotte, nel buio di una sala quasi vuota, ho tremato, incastonata nella poltroncina 12 della fila K randomicamente assegnatami dal computer della multisala. Sapevo che questo film avrebbe lasciato il segno, ma non che potesse riportare alla luce con forza ferite ancora aperte. Avevo volutamente evitato di informarmi sulla trama, per lasciarmi trascinare nel vortice dalla storia senza preconcetti, e forse è stato meglio così. La paura di ritrovarmi faccia a faccia con certi demoni avrebbe rischiato di farmi rimandare una visione che invece era necessaria, ancorché dolorosa.

La cupezza delle atmosfere emotive e esteriori, la cruda violenza delle dinamiche socioeconomiche di una Barcellona suburbana, unite all'interpretazione sofferta e carica di intensità virile di Bardem mi hanno riportato alla mente La Sposa Turca, ma solo per la sensazione quasi costante di morsa allo stomaco e il brivido trattenuto dal trovarsi perennemente in bilico tra due terre di confine, tra autodistruzione e speranza di redenzione. Con la differenza che nel film di Iñárritu la morte non è un fantasma che tormenta o un pericolo che sfiora i protagonisti, ma entra prepotentemente in scena, fino a diventare essa stessa regista degli eventi.

Non ci vuole molto perché i due spettri che incombono sui figli del protagonista si manifestino a noi spettatori. Sono ombre gigantesche che vanno a sovrapporsi, loro malgrado, a quelle due figure di riferimento che dovrebbero sostenere e guidare i bambini, anziché destabilizzarli, come spesso accade quando i genitori stessi sono spinti a cadere da un vento molto più grande di loro. Un vento evocato all'inizio del film, che è lo stesso che ci riporta alla realtà poco più di due ore dopo insieme a un mare dapprima simbolo di incubi infantili, ma che nel corso della storia finisce per assumere una portata ben più drammatica e tangibile, quasi apocalittica. Nulla a che vedere, sembrerebbe, con quel pezzetto di mare appena intravisto dalla finestra di una casa in cui il calore e la stabilità familiare di un tempo sono soltanto un ricordo, che occhieggia sbiadito da vecchie istantanee incorniciate alle pareti.

Ho tremato, sì, ho tremato. Ma ho retto, fin quasi alla fine. Senza mai distogliere lo sguardo, soprattutto quello interiore. E ti ho sentito sai? Ho iniziato a ricordare... e mi è tornato il desiderio di raccontare quegli ultimi istanti. Poco prima che te ne andassi io ti ho sentito. Quando ancora non potevo sapere, eppure sapevo. Eri 'seduto' tra me e lei. La sensazione era così netta, inequivocabile. Eravamo fuori dall'ospedale, su una panchina, al sole. Lei, violentemente fragile, ancora una volta così fuori luogo. Ed improvviso, un vento leggero, di quelli che sono carezze. In quel preciso momento ho capito che te n'eri andato. Dopodiché non ti ho più rivisto, non come ti (ri)conoscevo. Quel corpo raggrinzito, quasi imbalsamato dai lenzuoli, con gli occhi tristemente chiusi, non eri tu. E nemmeno lo era quell'uomo disteso in quell'angusta camera mortuaria, i tratti somatici impietosamente alterati dalla morte e da un trucco posticcio che non ha saputo rendere giustizia all'immagine che avevamo di te. Poi ho dovuto essere forte. Per te, per me, per lei. Una volta ancora. Non poteva essere altrimenti. Ma lui era con me e mi dava coraggio, e questo ti rasserenava. Sapevo che d'ora in avanti avrei dovuto prendere le distanze da lei, come sapevo che tu l'amavi davvero e che avrei dato qualsiasi cosa per proteggerla da se stessa, ma che non avrei più potuto farlo a costo della mia stessa vita. Questo tu l'hai capito soltanto alla fine, dopo l'ultima ricaduta, quando hai toccato con mano quanto di me stessa avevo sacrificato per questo. E quanto della nostra famiglia era stato ogni volta spazzato via dai suoi cataclismi. La vita, che tanto ci ha tolto, altrettanto ci ha restituito, rendendo il nostro addio un'occasione per ritrovarci finalmente uniti, ancora una volta, in quel precario equilibrio strappato coi denti.

Un giorno, mi sono ripetuta in sala e anche dopo, durante il tragitto verso casa... un giorno la Poesia s'impossesserà di me e renderà giustizia a questo Dolore. Fa che ci riesca e che non sia soltanto l'ennesima biografia di un velleitario scrittore, ma un pezzo d'Anima regalato al mondo! Sarà così perché lo sento da sempre, se solo imparerò a non tarparmi più le ali da sola, a riconoscermi quello che merito, a ringraziarmi perché sono qua, sono viva e sono ancora in piedi dopo tutto questo!

Ho conservato in me così tante tessere di puzzle che quasi non le ricordo più. Un giorno, giuro, saprò collocarle, saprò ritrovare in me quell'istinto che solo l'allenamento costante accende e ravviva, e quell'insperata alchimia che può renderci tramiti di disegni universali che nemmeno ci aspettiamo, ma continuiamo a incubare...

...perché da sempre chi sa di essere un sopravvissuto non desidera che una di queste due cose: dimenticare per sempre o vivere abbastanza a lungo per poterlo, un giorno, raccontare.

...e succederà il giorno in cui tutto questo si condenserà nel tuo stesso sussurro, perché ya lo tienes todo, niña mia...



YUKI, AKA PRISMA

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Soundtrack: Ravel - Piano Concerto in G - II Adagio Assai (L. Bernstein)


17.6.10

Florilegio





Vederti oggi, non me l'aspettavo.
Me lo sentivo.

Tre, come sempre, il numero.
Tre, come gli anni passati dall'ultima volta che ho Sognato, con i piedi ben piantati a terra.
Tre, numero potente, amuleto, sommo Amore.
Tre, tre e ancora tre.

Scendiamo negli abissi. Il colore predominante: Nero. Stavolta non fa paura. Un clic e diventa lanterna, la magia si dipana davanti a quattro paia di occhi. Assaporo l'Anima con una nuova consapevolezza.

Ho accettato.
Ho perdonato.
Forse anche me stessa.

Quasi.

Sono a un passo.
Un passo lungo una manciata o due di chilometri.

Forse.

Meglio non farsi illusioni.
Meglio giocare di sponda.
Fare tattica, più che strategia.

Questo offre la casa, e questo ci giochiamo al meglio. Sì, posso farcela. Sono pronta al peggio. Affronto la tempesta con la mia barchetta di carta, ma venderò cara la mia pellaccia. D'altronde, non sarebbe certo la prima volta.

Ti voglio bene, mamma. Ti voglio bene, papà.
Devo anche a voi ciò che sono oggi. Nel Bene e nel Male.
Che banalità, non è vero? Eppure noi sappiamo quanto, per noi, tutto questo non sia affatto scontato.




Ho i fiori ai piedi,
un Fiore al mio fianco
e un fiore nell'anima,
pronto a sbocciare.

Quale sortilegio, se fosse florilegio?
Il Nulla, sì, sarebbe un sacrilegio!

Brivido caldo,
lievemente snaturato
da tutte le chance
che non ti sei mai dato.

Siede un posto più in là
il mèntore senza tempo:
noi due sappiamo bene
che al Destino
non c'è scampo...

YUKI, AKA PRISMA TBFKA MUSEUM

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Soundtrack: One Love - Playing For Change - Song Around The World

26.2.10

Capitano, Mio Capitano




Uno sport in apparenza animalesco, che insegna a lottare compatti per sconfiggere l'avversario e arrivare alla meta, senza paura di buttarsi nella mischia e spaccarsi anche qualche osso.
Un uomo che, dopo quasi trent'anni di prigionia e lavori forzati, è capace di perdonare i suoi carcerieri perché ha capito che il perdono è l'arma più potente per allontanare la paura e portare il nemico dalla propria parte.
Una poesia, ciò che ha dato forza, coraggio e ispirazione a chi, privato della libertà, ha continuato a difendere la propria dignità studiando il "nemico", perché consapevole che conoscere è il primo passo verso l'emancipazione del singolo e di un intero popolo.

Ed io, che di lacrime ne ho versate e continuo a versarne tante, vorrei davvero fare tesoro di queste parole. Perché, nonostante il calvario che la vita ha scelto per me, voglio riuscire ad essere il capitano della mia anima...


INVICTUS di William Ernest Henley

Dal profondo della notte che mi avvolge,

buia come il pozzo che va da un polo all'altro,

ringrazio tutti gli dei per la mia anima indomabile.

Nella morsa delle circostanze,

non ho indietreggiato, né ho pianto.

Sotto i colpi d'ascia della sorte,

il mio capo sanguina, ma non si china.

Più in là, questo luogo di rabbia e lacrime

incombe, ma l'orrore dell'ombra,

e la minaccia degli anni

non mi trova, e non mi troverà, spaventato.

Non importa quanto sia stretta la porta,

quanto piena di castighi la pergamena,

Io sono il padrone del mio destino:

Io sono il capitano della mia anima.

YUKI, AKA PRISMA TBFKA MUSEUM

Soundtrack: Shosholoza - Overtone with Yollandi Nortjie (Invictus Score)



11.12.09

I'm In Heaven... After All!




C'è proprio bisogno di ritrovare un po' di pace, in mezzo al caos.
Tempi duri, questi. Tutti - chi più, chi meno - viviamo sotto pressione. Il Caos interiore ed esteriore ci sovrasta. I sogni, spesso, li abbiamo dovuti chiudere in un cassetto, in attesa di tempi migliori che forse mai verranno. Ma è più salutare conservare quella fiammella in un posto sicuro, senza spegnerla del tutto. Il solo pensiero che sia sempre lì, nonostante le intemperie, aiuta.

E così, zompettando felice dentro di me, senza nulla lasciar trapelare all'esterno a parte un sorrisetto appena accennato sulle labbra, mentre ripercorrevo per la milionesima volta quello stesso tratto di strada che conosco da ventinove anni nell'esercizio delle mie quotidiane lavorative funzioni (no, non sono una di quelle, nel caso ve lo steste chiedendo), mi è tornata alla mente, così, d'emblais, questo gioiello musicale.
Una veloce ricerchina et voilà... eccomi negli anni '30, a sognare di avere la leggiadria e il fascino elegante di Ginger Rogers, a immaginarmi volteggiare indossando quello stesso abito, con passi misurati e sicuri, nonostante un tacco non indifferente.

La mente ritorna a quelle poche, intense lezioni in cui un professore fuori dalle righe mi svegliava dal mio torpore ignorante e mi insegnava a sognare... prima che la vita facesse di tutto per farmi riaddormentare...


YUKI, AKA PRISMA TBFKA MUSEUM


Soundtrack: Dancing Cheek To Cheek - Fred Astaire

15.6.09

Bacchette




Fine secondo round.
Tempo che si trascina. Inutile?
Ricarico le pile, cercando una canzone. Non la trovo.
Non quella splendida versione solo pianoforte e voce che stamattina mi ha accompagnato a lavoro.
Un viaggio onirico, quasi mistico.
Lacrime agli occhi.
Smettila, c'è gente! Non fa niente.

La scia di un aereo. Un fiume che sembra un altro.
Un bimbo in bicicletta, una signora in carrozzella, una ragazza e il suo libro.
Gli stessi di ieri sera.
Buongiorno, eccoci di nuovo qua!
Il mio saluto silenzioso.

Il Tempo scorre lento, piccoli consumisti crescono.
Segnali di fumo.
Pensieri, inchiostro, carta.
Ho male ai piedi.
La pausa.
Chiacchiere volanti con gente che non vedrò più.
Vita che scorre.
Cosa stringiamo tra le mani?

Qualcuno andrà in ferie, qualcun altro si sposa.
Ricordi di un'adolescenza assurda si riaffacciano a tradimento.
I Love Radio Rock.
Una lanterna magica per amica.
Una radio pirata che affonda.
Vinili risucchiati dagli abissi.
Sono una dj!

Voglio quella canzone.
Niente da fare.
Vado avanti, di video in video, finché non trovo questa.

Banale chiamarla cover.

Suoni come di xilofono, mescolati a battiti.
Una voce penetra nelle viscere e le fa vibrare.

Cerco il testo...
Una nuova magia.
Io ho trovato la mia bacchetta!
Qual è la tua?


Soundtrack: By This River - Martin L. Gore

Here we are
Stuck by this river,
You and I
Underneath a sky that's ever falling down, down, down
Ever falling down.

Through the day
As if on an ocean
Waiting here,
Always failing to remember why we came, came, came:
I wonder why we came.

You talk to me
as if from a distance
And I reply
With impressions chosen from another time, time, time,
From another time.

24.3.09

Lucid Dream



Sono rari i momenti in cui ti senti davvero protetta. La sala buia, gli altri spettatori che ancora non si sono alzati dalle poltroncine, i titoli di coda scorrono e una musica perfetta ti accompagna dolcemente al risveglio, al ritorno nella "vita reale".
Hai il viso umido, e un po' te ne vergogni. Goffamente tenti di nasconderti dietro una ciocca di capelli, ma non è abbastanza lunga e tu non puoi impedire alle emozioni di scorrerti liquide addosso. Ti stai trattenendo, non vuoi replicare i singhiozzi strazianti che accompagnarono, tanti anni fa, l'uscita dalla sala in cui proiettavano
Dancer In The Dark. Preghi Dio, o chi per lui, di permetterti un giorno con il tuo talento, semmai ne avessi uno, di riuscire a toccare in profondità le stesse corde, di parlare alle altre anime e instillare in loro la volontà di vivere nonostante le terribili esperienze che si è costretti ad affrontare.
Riuscire con la potenza di un racconto a far rinascere in chi ha perso le speranze la voglia di dare una possibilità a noi stessi e agli altri, nonostante l'incomunicabilità, i pregiudizi e le colpe di cui ci siamo macchiati in passato. Senza pietismo, false speranze e inutile buonismo. Si può essere cinicamente empatici, nonostante tutto. Sorridere a chi lo merita, e mostrare i denti a chi di noi non potrà mai capire niente.
Sorridi e pensi che proprio quella mattina, prima di svegliarti, avevi sognato tuo nonno. Così simile a Walt, senza fucile e senza insulti razzisti. Anche lui un uomo di guerra, capace di guastare le feste, settantenne, a un branco di bulletti insolenti. Un uomo di cui forse hai conosciuto solo poche, fuggevoli istantanee. Un uomo capace di abbracci poderosi, caldi e totalizzanti, che in sogno ti sono improvvisamente tornati in soccorso. Sono passati sei anni e non ti è mai mancato così tanto come oggi. Un uomo imperfetto, come tutti noi, un gigante ai tuoi occhi di bambina.
Chissà se riesci a sentirmi adesso, se senti i miei pensieri in una qualche forma che non mi è dato sapere...
Non importa. So che sei fiero di me, nonostante tutto. Inciamperò e cadrò ancora, ma fa parte del gioco, no?
Ti voglio bene, Nonno. Stavolta non avrò bisogno di tradurlo, so che ormai mi puoi capire.

Soundtrack: Gran Torino - Jamie Cullum

25.1.08

Into The Wild




Capita di sentirti confuso, sconfortato, disilluso, ma carico insieme di pensieri puri...
Che resistono, in barba alle rapide di rabbia che ti travolgono a tradimento.



Capita di sentirti solo, piccolo e insignificante in un universo tanto più grande di te.
E di ritrovare un senso al tuo cammino, zaino in spalla e un po' di incoscienza.


Capita di perdere le speranze, di fronte alle umane debolezze, alle meschinità e alla perdita degli ideali.
E di incontrare persone che non si sono arrese, che hanno plasmato un pezzetto di mondo per viverci al meglio e che sanno regalarti emozioni intense, fatte di sguardi e parole importanti pronunciate al momento giusto.




Capita di cercare risposte dentro a un libro, tra le montagne, al confine tra cielo e terra...
E di trovarle invece nelle parole di chi credevamo non avesse che domande.




Capita di inseguire la solitudine per ritrovare la libertà...
E di capire solo allora che la felicità è tale solo se condivisa.

Capita di scoprire il vero significato dell'amore nell'attimo stesso in cui guardiamo il cielo con occhi diversi e iniziamo a chiamare ogni cosa con il suo vero nome.


Got my indignation but I'm pure in all my thoughts
I'm alive...



Grazie Christopher McCandless.
Grazie Jon Krakauer.
Grazie Sean Penn.
Grazie Eddie Vedder.

Emozioni. Una volta ancora.


Soundtrack: Eddie Vedder - Hard Sun (Into The Wild Soundtrack)

28.11.07

Davide e Golia



Capita di svegliarti con una sensazione di incompiuto addosso. La pesantezza della notte ancora attaccatta al corpo. La voglia di restare ancora un po' sotto le coperte, di non sfidare il nuovo giorno. Finalmente ti decidi e ti scontri di nuovo con il tuo scoglio più aguzzo e infido. Sì, Lei, il nemico da combattere. Subdola ti mette con le spalle al muro e non ti lascia via di scampo. Provi a ragionarci, ma niente. Provi a ignorarla, ma niente. Il tuo muro non fa che alimentarla. Allora lasci che la tua rabbia faccia il suo corso, si faccia strada dentro di te, dallo stomaco alla trachea attraversando le corde vocali, fino a trovare sfogo in un grido che non riconosci, anche se è il tuo.

Sola, contro qualcosa che non puoi combattere. Contro qualcosa che dovresti amare. Contro qualcosa che cominci a odiare. Contro di Lei, la ragione stessa per cui sei al mondo.

E capita di uscire da quell'incubo, anche solo per qualche ora. Per il tempo di entrare nella scatola magica che contiene tutti i tuoi sogni, quelli che hai già sognato e quelli che puoi ancora sognare. E ti lasci andare. Ancora una volta la lanterna magica riesce nel suo intento e sei completamente immersa in una dimensione altra, solo apparentemente lontana. E capita che al suo ritorno la luce del sole non ferisca ma rechi in sé un'emozione ancora più forte. Ed eccola che ti sommerge, quando arriva Lui. Tutto intorno mediocrità e vuote considerazioni che ti fanno vergognare. Le sue risposte, invece, scaldano il cuore e mettono a tacere i tapini. Fin quando termina il botta e risposta. Muta fino a quel momento, decidi. Scendi in fretta le scale che vi separano, il cuore in gola e una penna in mano. Eccoti, sei davanti a Lui. Mentre sigilla per sempre il ricordo di questo incontro, ti senti parlare in una lingua non tua, la voce rotta dall'emozione. E' la tua anima che parla. E colpisce nel segno. Due occhi che ti guardano, una mano portata al cuore in segno di riconoscenza. Una stretta di mano e ora lo sai. Questa giornata ha ritrovato il suo Senso.

Soundtrack: Anime Salve - Fabrizio De André & Ivano Fossati