Essere felici della felicità degli altri, senza anteporla necessariamente alla propria e senza doverne essere l'unica fonte assoluta. Questo è ciò che credo possa definirsi davvero 'Amore'. Il resto è un mero riflesso compensativo del proprio Ego, che finirà per dissolversi, prima o poi...
"...ogni desiderio si riassumeva in una sola parola: "cambiare". La qualità fondamentale perché potessi amarmi era diventare quello che non ero. Attendevo, come il rospo attende la principessa, che un'anima superiore e compassionevole vincesse la ripugnanza e si avvicinasse a darmi il bacio della conoscenza. Malauguratamente potevo contare soltanto su due amici irreali [...]. Per ciò che volevo ottenere avevo bisogno di qualcosa di più di un paio di fantasmi. Decisi di aiutarmi da solo."
Alejandro Jodorowsky, "La Danza Della Realtà".
Più patetico del fingere di essere ciò che non si è, è conquistare la fiducia di qualcuno con le parole per poi tradirla nei comportamenti. Ma c'è qualcosa di ancora più patetico: cedere alle facili lusinghe. Questo, davvero, non riesco proprio a perdonarmelo. Come l'ostinazione a prendersi troppo sul serio, la summa maxima del patetismo.
Un fiore di loto spostato da un lato. Sotto lo scrosciare che ribolle, nudi come vermi tra l'orrore che schiamazza, affrontiamo ataviche paure, la forza in panciolle.
Lavami l'anima, con calore che annienta. Con il tuo vapore acqueo mi cucirò una stola che sia di protezione per chi non si consola.
YUKI, AKA PRISMA TBFKA MUSEUM
Soundtrack: Forget Her - Jeff Buckley While this town is busy sleeping All the noise has died away I walk the streets to stop my weeping Coz she'll never change her ways
Don't fool yourself She was heartache from the moment that you met her My heart feels so still As I try to find the will to forget her, somehow Oh I think I've forgotten her now
Her love is a rose pale and dying Dropping her petals in lands unknown All full of wine the world before her Was sober with no place to go
Don't fool yourself She was heartache from the moment that you met her My heart is frozen still As I try to find the will to forget her somehow She's somewhere out there now
Oh my tears are falling down as I try to forget Her love was a joke from the day that we met All of the words all of her men All of my pain when I think back to when Remember her hair as it shone in the sun The smell of the bed when I knew what she'd done Tell yourself over and over you won't ever need her again
But don't fool yourself She was heartache from the moment that you met her Oh my heart is frozen still As I try to find the will to forget her somehow She's out somewhere now
Oh she was heartache from the day that i first met her My heart is frozen still as I try to find the will to forget you somehow Cause I know you're somewhere out there right now
Tutte le scelte della psiche sono dettate dal principio del piacere: l'uomo desidera la sua felicità, l'appagamento immediato e incondizionato dei suoi desideri, ma tale desiderio si scontra quasi sempre con la realtà, ovvero con le costrizioni morali e le tradizioni sociali che sono ostili al pieno soddisfacimento del piacere (tale affermazione ha molto in comune con l'indagine dell'anima propria della filosofia ellenistica). Il principio del piacere si scontra con la realtà e ne deriva l'inevitabile frustrazione dei desideri. Ecco allora che al principio del piacere può subentrare il principio di realtà: esso cerca la soddisfazione del desiderio in relazione a ciò che la realtà può offrire secondo comportamenti accettati. Mentre il principio di piacere cerca la soddisfazione immediata del desiderio in modo completamente irrazionale, il principio di realtà persegue l'appagamento del desiderio ponendosi obiettivi estesi nel tempo e sublimando l'impossibile appagamento immediato in rappresentazioni sostitutive. In altre parole, di fronte all'impossibilità di un appagamento completo secondo le modalità del principio di piacere, il principio di realtà agisce in modo da adattare il soddisfacimento del desiderio alle situazioni che tendono a limitarlo, escogitando diversi quanto necessari appagamenti.*
Perché l'euforia dura così poco, mentre la fase del down si protrae a volte per giorni? Qual è il principio del piacere?
Me lo chiedevo oggi, mentre sciacquettavo distrattamente i piatti, e la schiuma prodotta dal sapone mi scorreva maliziosa tra le dita. Lavare i piatti mi rilassa, è un buon modo per lasciar lavorare la mente. Ma non è questo il punto. Pensavo alle cose che mi danno gioia, alla loro breve durata, al mio disperato tentativo di prolungarne l'effetto nel tempo, all'assuefazione, all'astinenza. Al desiderio di averne sempre di più. E dire che sono contraria a qualsiasi sostanza possa provocare schiavitù psicologica. E mi riferisco, ovviamente, al fumo, alle canne e anche al caffé, se preso in dosi eccessive. Ma alle parole, alle persone, ai nostri comportamenti congeniti e non, come si fa a rinunciare?
E poi pensavo agli incoraggiamenti, ai complimenti. Quelli dati e ricevuti. Non per adulazione o spirito di compassione, ma per affetto, stima, Amicizia. Desiderio di dare il proprio sostegno. Forse è perché ne abbiamo così tanta fame che, d'istinto, finiamo per dare il nostro appoggio incondizionato ad un'altra persona in cui ci rispecchiamo. E lo facciamo a tal punto e così profondamente da arrivare a confondere le reciproche identità, in uno scambio che va al di là di quanto avessimo preventivato.
E poi ci sono i risultati, gli ostacoli superati, gli obiettivi raggiunti. Perché alcuni di noi non riescono mai a gioirne fino in fondo, ma sempre con quella punta di senso di colpa che permane, in sottofondo, dapprima in sordina, poi sempre più ridondante e fracassona? Non ci diamo quasi il tempo di sorridere e gustarci la nostra piccola vittoria, che già siamo pronti a sottoporci a nuove sfide, tanto per capire una volta di più se meritiamo di stare a questo mondo, di essere amati, benvoluti, considerati. Sia chiaro, non è affatto un bisogno razionale. La nostra mente sa perfettamente quanto tutto ciò sia deleterio e infantile. Eppure non ne possiamo fare a meno. Il piacere effimero, passeggero, vorace che di tanto in tanto ci sorprende non può che seguire a un lungo cammino di sacrificio e abnegazione, passando, perché no?, anche attraverso le fasi della depressione, della frustrazione e dell'autoflagellazione.
A questo punto la domanda è: per quale "orrendo crimine" stiamo cercando di punirci? Cos'è che ci impedisce di rilassarci, di amarci e di onorarci, ogni giorno della nostra vita mortale? Non conosciamo la pace dei sensi, se non nei rari momenti di sospensione dell'incredulità. Perché noi non crediamo, in fondo, di essere all'altezza dei canoni che ci siamo imposti, pur misurandoci continuamente con prove e situazioni - e qui sta la contraddizione - che implicano invece una smisurata fiducia in se stessi e nelle proprie capacità.
It's no fun to be told that you can't blame your parents anymore, dice una canzone. E in parte è vero. In parte no. Le foglie da qualche parte devono pur aver assorbito la linfa per crescere. E fino alla loro inevitabile caduta resteranno sempre collegate al ramo che le ha generate. Non si scappa da questo. Ma poi c'è l'impatto con l'aria, il sole, il gelo, l'arsura, i parassiti, la tramontana... La Vita. E qui il ramo può aiutarci fino a un certo punto.
Dov'è che ha inizio la caduta? Quand'è che la forza di gravità sconfigge il desiderio ascensionale?
Resto con questo interrogativo sospeso sulla testa, mentre con lo straccio compulsivamente finisco di asciugare il lavandino, percorrendone ogni centimetro. Continuerò fino a che non avrò rimosso anche l'ultima goccia, perché così eviterò la formazione del calcare. In realtà non me ne importa un bel niente del calcare, ma è così che mi è stato insegnato.
(Scritto domenica 27 settembre)
Soundtrack: Struggle For Pleasure - Blüchel & Von Deylen
Certi risvegli sono necessari, e non solo perchè ci siamo finalmente decisi a comprare una sveglia. Poi, si potrà anche lanciarla con forza contro la parete, ma non servirà a niente. Il suo suono disturbante avrà già ottenuto l'effetto per cui un sadico genio del male l'aveva progettata, chissà quando e chissà in quale punto sperduto del pianeta.
Passato il rintontimento iniziale, cominci a chiederti che direzione potrà mai prendere la tua giornata, ora che la magia del sogno è stata bruscamente interrotta. Coitus interruptus.
Delusa? No. Delusione non è il sostantivo adatto per descrivere il tuo stato d'animo in questo momento. Ci si sente delusi quando qualcuno o qualcosa tradisce le nostre aspettative. Il che presuppone che noi abbiamo per lungo tempo ritagliato addosso a qualcuno o a qualcosa un'immagine ben precisa.
Ma poniamo il caso in cui una determinata immagine che vive di vita propria sia finita per sbaglio al centro della rètina del nostro inconscio, senza che noi abbiamo mai fatto alcunché per vederla. Supponiamo che l'impatto con la realtà tangibile ci dimostri, un giorno, senz'appello, che quella stessa immagine e il suo simulacro non coincidono affatto. La nostra reazione può ancora definirsi delusione? Io non credo.
Si può parlare di rabbia, forse? Neanche questo credo.
Credo, piuttosto, che se per lungo tempo siamo stati terribilmente affezionati a quell'immagine, proveremo una sensazione lacerante di vuoto, una volta costretti al confronto con il freddo simulacro che la emana.
Una lacerazione. Non una delusione. C'è una gran bella differenza.
L'immagine che vive in noi è calda, avvolgente, analogica. Il simulacro è algido, spigoloso, digitale.
Che pesci pigliare, dunque, arrivati a questo punto?
Io, personalmente, mi tengo l'immagine e respingo il simulacro. Per non distruggere la prima, mando affanculo il secondo.
Colpe? Nessuna colpa, signori. Solo una serena e consapevole accettazione dell'evidenza. Accettazione. Non resa. Di nuovo, c'è una gran bella differenza.
A uno sterile monologo che cortocircuita riavvolgendosi inutilmente su se stesso, preferisco il dialogo interiore, spontaneo, immaginario. Alla superficiale concretezza, preferisco il pungolo istintivo dell'arte, lo stimolo creativo inconsapevole. La Musa inevitabile. Dis-umana. Profonda.
E questo vuoto, che ogni tanto mi prende allo stomaco e mi lascia senza respiro, non posso che colmarlo così. Scrivendo. Disperatamente scrivendo.
Non è semplice trovare un complice di Sogni. Ma è peggio quando si crede di averne trovato uno e ci si scopre improvvisamente soli.
Io non sono sola.
Finchè avrò un posto dove poter scrivere quello che sento. Finchè ci sarà qualcuno che mi legge. Anche in silenzio.
Io, Sono. Soundtrack: Tu, Forse Non Essenzialmente Tu - Rino Gaetano
Tempo fa parlai della legge di Murphy ed enunciai l'assioma che segue: la legge di Murphy non mente e continuerà ad attentare pericolosamente alla mia dispensa. A un anno e mezzo circa di distanza non posso che confermare quanto sopra. Di nuovo, con tutto il tempo del mondo a disposizione, due eventi assolutamente diversi tra loro finiscono pericolosamente per concentrarsi nello stesso fottutissimo giorno. Prendere o Lasciare, Scegliere Da Che Parte Stare, L'Uovo Oggi O La Gallina Domani, Non Si Può Avere Tutto Dalla Vita et compagnia cantando. Questa è al momento la colonna sonora che sentireste nel mio cervello se eseguiste una craniotomia da sveglia sulla sottoscritta.
Sconcertata per i messaggi che l'universo mi ripropone costantemente a distanza di mesi, finisco per pensare che:
a. o sono rincoglionita e tarda di comprendonio b. o sono perseguitata dalla sfiga, che al contrario della qui presente 'begalina', ci vede benissimo.
Io propenderei per la a.
Presa coscienza di ciò, non restava che un'unica soluzione. Rimboccarsi le maniche (è la cosa migliore da fare quando, finita la fase dello sguardo inebetito fisso nel vuoto, si passa all'alzata di gomito) e affrontare di petto il fato beffardo. Vuoi la guerra? Vieni avanti, marrano. Avrai pane per i tuoi denti. (Peccato che per colpa tua, ne avrò molto di meno io).
E così rinunci alla tua entrata extra in nome di un pezzettino nebulosissimo di altro. Che porcaccia peppa non poteva aspettà 'n artro giorno? Evvabbè, che devi fa'. Tanto ce lo so che è còrpa mia, lo sapevo io che annàva a finì così, me potevo fà l'affari mìa. E invece gniènte. De coccio, pròpio.
Aò, speramo che armeno 'sta vòrta ho afferrato er messaggio. Senno so' da ricovero.
Soundtrack: Semo Gente De Borgata - Franco Califano (sic!)
(cacchio, il cetriolo nel video è proprio sincronicistico! Mèco!)
Ho già condiviso questo brano in questo spazio, ma come raramente capita per certe prime volte memorabili, succede invece che il miracolo si ripete ancora e ancora e ancora. Musica che ad ogni ascolto mi squarcia l'anima in migliaia di rigagnoli impazziti in cerca della foce, di un accesso al mare, all'infinito. Dolce malinconia che mi avvolge all'improvviso, ovunque e comunque, senza chiedere il permesso.
E ricordo. Una notte insonne davanti a uno schermo acceso in cerca di risposte. Una mattina soleggiata d'inverno, un'auto che scivola sull'asfalto della litoranea e una me, malinconica e silenziosa, che si proietta al di là del finestrino e corre a perdifiato sulla sabbia, tra le dune. Un pomeriggio solitario in balia delle solite manie autodistruttive, mentre allo specchio prende corpo sul mio viso una vecchia amica. Una noiosa domenica di lavoro in un centro commerciale. E pura Poesia, capace di esplodere, inaspettata, nel tempio dei codici a barre e dei finanziamenti a tasso "zero", lasciando scoperte emozioni profonde.
Da adolescente non credevo che sarebbe andata a finire così. Così come? Così. Spiegati meglio? Non so, me l'immaginavo diversa... la vita. Continuo a non capire. Non dico che sia male, solo... diversa. Vorresti tornare indietro? No, non è questo. Allora, cos'è? Inizio a sentire il peso del mio essere-qui-e-ora, mi sembra di aver esaurito ogni slancio, ogni possibilità. Non ti pare di esagerare? Non intendo dire che non sono felice. Lo sono, però... Però? Mi sento incastrata in un meccanismo che si è inceppato troppo presto. Mi manca l'aria. Ho bisogno di trovare nuovi stimoli, di credere di poter cambiare ancora le cose. Di potercela fare. Beh, perchè credi il contrario? Non hai mica esaurito le tue cartucce! Non ancora, almeno. Tu hai ragione, ma vedi, il problema è tutto qui. Nella mia testa. Dev'essere saltato qualche collegamento, un fusibile, o sa il diavolo cosa. Non riesco a sbloccarmi. Non ho più pazienza. E invece me ne occorre a pacchi, di pazienza. La pazienza è la virtù dei forti. Ahia. Adesso non ricominciare con le frasi fatte, èh! Niente accade per caso, ricordatelo! Gesù! Non nominare il nome di Dio invano. E chi ha detto niente? Non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire. Oh Signore! Non nominarlo invano, ti ho detto! Che palle! Ok, basta, mi arrendo! Con le tue perle di saggezza per oggi hai finito. Chi ben comincia è già a metà dell'opera. Ecco, allora comincia a sparire. Allora sì che sarò una persona felice!
Felice non è colui che la felicità insegue senza posa, ma colui che sa perseguirla qui-e-ora, senza per questo smettere di cercarla ancora.
Sto leggendo Oceano Mare di Baricco. Mi piace. Mi piace davvero. Scrive bene quello lì (Grazie, Bk!). Chissà perchè avevo sempre nutrito dei pregiudizi nei suoi confronti. Non certo sulla sua capacità di scrivere, ma temevo fosse uno di quei letterati spocchiosi che tanto piacciono a certi borghesi benpensanti. E invece non è spocchioso manco per niente. Tant'è che oggi, che ho così tanto bisogno di ripulirmi dalle scorie radioattive che io stessa produco in gran quantità, me ne sono venuta al mare e Oceano Mare l'ho portato con me. Non so se lo leggerò. Prima devo scrivere. Devo, capite? Però che almeno non si dica che Oceano Mare, la mia copia di Oceano Mare, adesso non sappia anche un po' del mio mare.
Mi piace stare seduta qui, col culo sulla sabbia e il rumore del mare a solleticarmi i padiglioni auricolari. Mi piace, anche se fa ancora un freddo da battere i denti. Anche se sono da poco reduce da un fantastico febbrone psicosomatico (è mia la diagnosi, nel caso ve lo chiedeste) ed ho una sinusite da sbattere la capoccia contro il muro per quanto mi fa male. Ma 'sti gran ca'. D'altronde lo dice anche Baricco: il mare guarisce. Perciò, sciarpona annodata al collo e cappello ben calcato sopra la fronte che sembro un pazzo squilibrato prima di una rapina, me ne sto qua, a prendere schiaffoni dal vento. Fortuna che ho trovato un angolino sicuro, tranquillo ma non isolato, ché di questi tempi c'è da aver paura ad andare in giro da sole, le donne. Potenza di un'agenda... L'agenda dei media-ni.
Mi metto pure a smessaggiare un po', tanto per mandare un segnale a chi mi sta a cuore per dire che sono ancora viva e che il mio pensiero li segue anche a distanza. Tò, guarda! Nessun contatto per giorni e appena mando un segnale... in due-minuti-due ecco che arriva la risposta. Non riesco ancora a rassegnarmi al fatto che non sono più un'adolescente, che gli amici crescono, che abbiamo tutti mille impegni e non ci si vede quasi più. Epperò io a questa storia qui, quella dell'adultitudine, mica ci credo molto. Mi spiego. Non diventiamo mai veramente adulti dentro, se non in senso biologico, sociologico, anagrafico. E con questo non voglio dire che bisogna ascoltare il bambino che è in noi e altre stronzate simili. Tutte banalità trite e ritrite, che come tutte le banalità della vita nascondono sempre un fondo di fottuta verità. Intendo dire che non scatta mai una vera barriera, quel passaggio a livello che ci sbarra il passo e stabilisce il limite invalicabile tra adultitudine e non adultitudine.
Mi si dirà: beh, e allora quando ti nasce un figlio, come la mettiamo? Già. Giusto pochi istanti orsono mi è passata vicino una tenera famigliola. Padre, madre e pargolo zompettante al centro, rigorosamente tenuto per mano. E mi sono chiesta: e se capitasse a me? Non posso negare che ogni tanto ci penso anch'io alla maternità. Ma non nel senso tipicamente femminile del sentire dentro di me i rintocchi di un non meglio identificato orologio biologico. Non sento proprio un tubo. Anzi, a dirla tutta, il solo pensiero mi terrorizza. Come potrei fare da madre a qualcuno io, che ancora non ho imparato del tutto a farlo a me stessa? E pensare che c'è gente che alla mia età ha già figli da dieci anni o più. E poi parlano degli uomini con la sindrome di Peter Pan. E delle donne, allora, ne vogliamo parlare? Sarò mica un maschio mancato? No, èh!
(delirio scritto il 26 febbraio 2009, alle ore 16 o giù di lì)