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20.2.17

Oldies (But?) Goodies

Del perché la stessa persona ne stimi contemporaneamente due diverse, che più diverse non si può, e non nel senso di una miglior texture umana resa possibile dall'accostamento di elementi di diversa forma e colore. Parliamo di due specie diametralmente opposte, nel senso che una delle due, se potesse, eliminerebbe l'altra dalla faccia della terra. Non soltanto metaforicamente. 

Questa è la storia che, a posteriori, con la consapevolezza del "poi" che allora non vi era, va a ricadere nello schema sputtanatissimo, nonché ancor oggi attualissimo, della vittima e del bullo. Nel nostro caso, bulle. L'unica differenza è che eravamo nel lontano 1995 ed allora non esistevano i social networks, altrimenti ben altro e ben più grave esito avrebbe potuto avere questa vicenda, rimasta sconosciuta ai più per oltre vent'anni per evitare di sollevare inutili polveroni (eccezion fatta per due figure maschili che, una protagonista, l'altra orecchio attento ed empatico diversi anni dopo l'accaduto, hanno saputo farsi culla per questo segreto).

Non esistevano i social networks, dicevamo, e nemmeno i telefoni cellulari, ma esistevano le cabine telefoniche (quelle alla Superman per intenderci) ed i pennarelli Uniposca colorati. E due ragazzine che, per passare il tempo un noioso sabato pomeriggio, pensarono bene di inventarsi un bel "giochino" ai danni di una terza, ignara. Il tutto andò a culminare con una serie di chiamate al telefono fisso di casa di quest'ultima, la mattina di Pasqua. Sì, avete capito bene, proprio la domenica di Pasqua! Una serie di voci maschili di svariate età, dall'altro capo di una cornetta, chiedevano di lei, una poco più che quattordicenne, per ciò che senz'altro immaginerete senza che ci si addentri in inutili particolari. Alla richiesta di spiegazioni avanzata dal padre della vittima al terzo tentativo da parte di uno di costoro, questi candidamente giustificò il motivo della sua telefonata nell'aver letto un annuncio scritto su una cabina telefonica, confermando il nome di battesimo della malcapitata e l'esattezza del numero composto.  

Senza pensarci due volte, sotto la pioggia battente, un padre e una figlia si misero in macchina a perlustrare una ad una tutte le cabine telefoniche (e badate bene che in quegli anni ve ne erano decine e decine) di un intero ed esteso quartiere: quella storia doveva assolutamente finire! 

Sulla via del ritorno, ormai sconfitti e preoccupati, videro un'ultima, isolata cabina. Con la forza di un ultimo, disperato, tentativo, lo sportello dell'auto si aprì ancora una volta e la ragazza andò a guardare. Ed ecco lì, sotto i suoi occhi increduli, in uno sgargiante rosa confetto, la scritta maledetta! Un brivido la percorse tutta. Sapeva esattamente chi vivesse proprio lì vicino... e chi delle due possedesse un Uniposca di quel preciso colore. Se aggiungiamo che non molte persone erano a conoscenza del suo numero di telefono, il caso era praticamente chiuso. Non poteva crederci. Sapeva di non esser mai andata a genio a nessuna delle due, ma non fino al punto di arrivare ad un gesto del genere. Prontamente, con l'aiuto di suo padre, la ragazza riuscì a rimuovere l'odioso "annuncio" e, così, ad interrompere la penosa catena di chiamate volgari al telefono di casa sua. Al rientro dalle vacanze pasquali ebbe infine la conferma inappellabile e definitiva dei suoi timori: il pennarello incriminato apparteneva, come ricordava, proprio alla ragazza che abitava vicino al luogo del "misfatto". 

A sua madre non rivelò mai di aver scoperto l'identità delle responsabili di quel dispetto, né a nessun altro. Nemmeno le artefici dell' "innocuo" scherzetto seppero mai che lei sapeva. Una di loro, venne a scoprire per caso anni dopo, se ne andò prematuramente per una brutta malattia. Le dispiacque, nonostante tutto. E non potè fare a meno di pensare al destino beffardo che si era portato via tanto presto proprio colei che aveva dedicato la propria tesina finale alla Nera Signora, mentre lei, che si era occupata del suo esatto opposto, ancora teneva botta, nonostante i molti colpi ricevuti dalla vita in quelli e negli anni a venire. L'altra adesso si è sistemata, ha un lavoro stabile e ben retribuito, un marito e dei figli. E' quella che si può tranquillamente definire una "vincente", almeno alle apparenze. Chissà se ricorda ancora quel pomeriggio di "sano" cazzeggio in cui, per ammazzare un po' il tempo, aveva quasi rovinato la serenità di un'intera famiglia. Probabilmente no.

Per un colpo di fortuna, il danno si potè contenere e arginare nel giro di poche ore. Conseguenze ben peggiori si sarebbero potute avere se quel padre e quella figlia, quel giorno, non fossero riusciti a trovare e rimuovere quell'annuncio... e se, al tempo, la bravata fosse stata compiuta con gli strumenti tecnologici che abbiamo a disposizione oggi. Immaginate se al posto di quel numero fisso, che per forza di cose ha portato - e per fortuna! - al coinvolgimento di un adulto che ha contribuito alla risoluzione del disagio, ci fosse stato il numero di cellulare dell'adolescente che magari, per vergogna ed imbarazzo, si sarebbe tenuta tutto dentro. Se il gesto che oggi, col senno di poi, possiamo a buon diritto chiamare un vero e proprio atto di bullismo (cosa che al tempo così non fu perché mancavano gli strumenti atti a comprendere quanto stava accadendo e perché), fosse stato rilanciato e condiviso sui social... chissà come sarebbe cresciuto, magari a dismisura, quel fatterello e se quella ragazza di allora, travolta dal vortice, oggi sarebbe ancora qui per raccontarlo.

Nessun rancore, solo un sano sbigottimento. E la consapevolezza che si trattò di uno strascico che, per un caso davvero raro ma sfortuntato, aveva fatto sì che quanto già vissuto - sempre senza consapevolezza e strumenti di supporto - alle scuole medie si fosse iniziato ad innestare anche dopo, a causa di una lingua troppo lunga. In nessuna delle due situazioni ci fu una reale presa in carico del vissuto di disagio, solo un trascinarsi dentro quei macigni, un tirare avanti e sopravvivere, sentendosi pure responsabile per non sapersi difendere e colpevole di essere "diversa" dalla maggioranza ("outsider" o "nerd", per usare la terminologia di oggi).

Ora quella ragazza, divenuta Donna, saprebbe cosa dire alla se stessa di ventidue anni fa. Come sostenerla, come indirizzarla, anche preventivamente, ad un supporto mirato in grado di riscattarla dalle conseguenze di una famiglia fuori dal comune (per usare un pallido eufemismo) e renderla più corazzata per affrontare la vita sociale e le relazioni tra pari. Ora saprebbe tenderle la mano con amore, non per proteggerla, farle scudo e lasciarla passiva, da "povera", debole vittima dell' "alterità cattiva". Ma per spronarla a conoscere e trovare in sé la forza e quella cassetta degli attrezzi indispensabile per saper stare in mezzo alla gente senza paura. Per non subire più la propria storia personale e familiare e, in ultima analisi, se stessa. Per cessare una volta per tutte di esser calamita del disagio esternalizzato altrui.

Perché raccontare questo, oggi? Perché i segreti, una volta elaborati e digeriti i fatti che li hanno originati, dovrebbero cessare di esser tali e così perdere il loro potere distruttivo per lasciare spazio a nuove esperienze di segno opposto. 

Auguro alla superstite delle due ex bulle (non le avevo mai definite tali finora, ma è questo ciò che sono state in quella circostanza e le cose, per poterle riconoscere per ciò che sono e prenderne le distanze, vanno chiamate col loro nome) di fare tesoro del passato per poter essere un buon esempio per i suoi figli. A loro auguro, invece, di non incontrare mai nessuno che faccia a loro quel che per gioco fece la madre ad una sua coetanea.  E, ovviamente, a loro auguro di non arrivare mai a fare lo stesso ad un loro coetaneo.

Il passato dovrebbe servire per imparare, non per re-iterare. Io, da par mio, ce la sto mettendo tutta. Soprattutto per essere più leggera. Tirar fuori vecchi macigni e condividerli con chi può capirli serve anche a questo.


YUKI, AKA PRISMA
Creative Commons License

Soundtrack: Don't Let It Bring You Down - Annie Lennox

13.2.11

Point Blank



[ Un 'racconto'... ]

Talk to me! Talk to me, now! Intorno, solo silenzio. All'alba di ogni resurrezione non c'è redenzione, ma silenzio, ne sono sempre più convinto. Se mi concentro riesco persino a sentire l'eco sorda dei miei pensieri, quelli che un giorno appoggiai sul davanzale della mia finestra, sperando che una folata di vento li raccogliesse. Sono passati anni ormai, e quasi mi sembra di averlo soltanto sognato.

Da allora ti inseguo, ti scruto, ti fiuto come si fa con le prede, anche se non sono io a cacciare ma le tue tracce a inseguire me. E' come se avessi lasciato acceso il baracchino con cui giocavo da bambino ed oggi non riuscissi più a spegnerlo, mentre nel frattempo voci ignote continuano ad auto vomitarsi dall'apparecchio e ad attraversare il muro del suono del mio cervello. Le sento, porca puttana, e come se le sento! E sono certo di non essere pazzo. Sono voci impercettibili a orecchio umano, sono solchi che scavano lenti i loro cerchi sull'anima. La mia. La tua. La nostra. Con tutto quel che ne consegue.

Oggi ho acceso questa pagina bianca. Oggi ho deciso che l'istinto la farà da padrone. Le mie dita corrono e si inseguono quasi da sole. Non voglio fermarle. Non voglio fermarmi. Perché è nel riflesso delle mie stesse paure che si è incagliata la nave. You know you can make it, you stupid!, continui a ripetermi. E in fondo so che hai ragione. La mia è soltanto paura. Di farcela. Di andare per mare. Di essere felice, per Dio! Perché è molto più facile crogiolarsi in un dolore che si conosce, che lanciarsi nell'ignoto.

Io ti amo, Dio solo sa da quando. Ma non come si amano i comuni mortali. Ti amo per ciò che sei ma ti ostini a non voler vedere. Per il sottile sinuoso dipanarsi di un'anima che è a un tempo diabolica e bambina. Amo l'inquietudine oscura che a volte si disegna nel tuo sguardo e quella risata fragorosa in cui tutto il corpo freme e sembra volerti inghiottire. Sì, ti amo. E non credere che intenda portare tutto questo a compimento. Nella quotidianità non c'è spazio per questo sentimento. Nel tuo svegliarti, nel tuo industriarti, nel tuo cercarti, nel tuo divenire e nel tuo spaventarti non c'è posto per me, non l'ho mai voluto. Siamo nati per nutrirci a distanza. Io più di te.

Ascolto il tuo respiro attraverso le tue parole e so che un giorno farai lo stesso col mio. Ci ricongiungeremo, laddove l'arte non si confonde con la vita, ma è la vita stessa! Laddove un filo d'erba è tutt'uno con la parola. E il Tutto è indistinguibile dall'Io.

Mi permetterai di leggerti l'Anima, ancora una volta?

YUKI, AKA PRISMA

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Soundtrack: The Feeling Of Losing Everything - Archive

Immagine: My Hometown, 12 febbraio 2011

N.d.A.:
apparentemente una dichiarazione d'amore di un uomo a una donna, lo scritto cela in realtà i tormenti di una parte del sé che non riesce ancora ad amare completamente l'altra, e lo struggimento per le infinite possibilità - creative e non - che la vita offre e che solo sarà possibile raggiungere e trasformare in realtà una volta superate le proprie paure di uscire da quel sé temporaneo plasmatosi negli anni con finalità adattive che ora risultano non evolutive. Lungo e difficoltoso è il cammino per conquistare la libertà e rimuovere le barriere interiori che ingabbiano il sogno. Nell'esempio di altri 'esploratori' di abisso, la linfa ed il coraggio per rischia(ra)re l'ignoto che abita in noi.


5.2.10

Fucked Up!




In questo deserto senza nome ho percorso ogni strada interiore e scoperto che ciascuna era sbagliata, la paura negli occhi e il vento a soffiarmi sul culo. Sono fottuto, andato, scoppiato. I'm all fucked up! Sentite come suona meglio in inglese, com'è definitivo? Prima o poi mando tutto in vacca, lo sento. E tu, che hai da guardare? Se non ti sto bene, vòltati dall'altra parte. Lasciatemi almeno la libertà di parlare da solo, porco diavolo!

Girl, Interrupted era stata la sua replica secca, quando le avevo chiesto cosa se ne faceva della sua vita. Non ho mai capito se scherzasse, ma il vuoto, ve lo giuro, gliel'ho letto negli occhi. Quella stessa notte abbiamo fatto l'amore, ci siamo scambiati la pelle, le lacrime e il sangue, e forse anche qualcosa di più. Ma il vuoto, Cristo santo, non l'ha abbandonata mai un momento. Un baratro aperto nel fondo delle sue pupille. Non se n'è andato nemmeno dopo l'ennesimo bicchiere di rum, scolato al banco di un bar in chiusura.

"Non cercarmi", è stato il suo saluto. "Sono fottuta, andata, scoppiata. Puff!". Ricordo ancora la sua espressione, quel misto di rassegnazione e sarcasmo. E il gesto delle sue mani, un fuoco d'artificio simulato con le dita aperte, a coda di pavone. Me ne sono rimasto solo, a parlare col bancone. Oggi so cosa aveva cercato di dirmi. Oggi che anch'io mi sento soltanto un fottuto vuoto a perdere.


YUKI, AKA PRISMA TBFKA MUSEUM

Soundtrack: Fade To Grey - Visage

Deperir a gris - deperir a gris.
One man on a lonely platform
One case sitting by his side.
Two eyes staring cold and silent
Show fear as he turns to hide.

Ah
we fade to grey - fade to grey
Ah
we fade to grey - fade to grey

Un homme dans une gare desolee
Une valise a ses cotes.
Deux yeux fixes et froids -
Montre de la peur lorsqu'il
Se tourne pour se cacher.

Ah
we fade to grey - fade to grey
Ah
we fade to grey - fade to grey

Sent la pluie comme un ete anglais.
Comme les notes d'une chanson lointaine
Sortant de derriere d'un poster esperant
Que la vie ne fut si longue.

Ah
we fade to grey - fade to grey
Ah
we fade to grey - fade to grey

Feel the rain
like an English summer
Feel the notes from a distant song.
Stepping out from a back shop poster
Wishing life wouldn't be so dull.

Deperir a gris
Ah
we fade to grey - fade to grey
Ah
we fade to grey - fade to grey
Ah
we fade to grey - fade to grey

Deperir a gris
Ah
we fade to grey - fade to grey . . .

4.2.10

Una Ragazza E L'Immenso



Solo con lui riesco a parlare. Soltanto lui riesce a capirmi. Lui, e lui soltanto, mi accoglie senza pretese. Mai mi giudica, mai punta il dito. E non è mai banale. Uno sguardo che cambia con le ore del giorno, gli anni, le stagioni. Un tumultuoso scorrere che spaventa gli occhi, quando è troppo veloce. Un placido specchio, in cui perdersi e ritrovare se stessi.

Pochi momenti speciali ci appartengono davvero. Quando nessuno ci vede, quando la verità ci possiede, ci parliamo, senza parlare. Ci ascoltiamo, senza annoiare. Ci possediamo, senza perdere noi stessi.

Un passo a due, lo ricordo ancora. Mi ha presa per mano, con coraggio, nessun altro intorno a noi. Mi sono lasciata sedurre. Il suo odore, così intenso e trascinante. Quel rossore, come mai lo avevo visto e vissuto prima. Una musica unica, coinvolgente. E il legno umido a scricchiolare sotto i nostri piedi.

A me piace così, quando è soltanto per me. Solo allora riesco a percepirne la vera essenza, quella che in altre circostanze è diluita sotto altre sembianze, altri colori, altre forme. Fuggevoli istanti, che non durano a lungo. Perché il vento sospinge lontano l'intimo profumo, così lontano che nemmeno lo ricordo.

Ti cammino a fianco quando l'Immenso intercetta il mio sguardo e mi sorride. Ciao Bellissima! Insolitamente rispondo, un po' spiazzata da quella confidenza. Non amo parlare con gli sconosciuti e, quando vengo qui, preferisco passare inosservata. Ma l'Immenso non sembra spaventato dalla mia freddezza.

Sei in cerca di ispirazione? O sei in fuga dalle persone?

Lo guardo un po' sorpresa e timidamente lo raggiungo. Osservo senza troppa insistenza il suo volto scavato, dal vento e dal tempo. Se ne sta beato sulla sua sdraio, lo sguardo perso nell'infinito. Mi accomodo poco distante, appollaiandomi sul tronco di un albero che la corrente ha portato sulla spiaggia nei giorni scorsi.

"Io non so stare tra la gente...", la mia istintiva risposta. Suona come una presentazione.

È molto meglio lui, eh?

Con un cenno del mento, l'Immenso saluta il nostro amico che, con uno scrosciare liquido e schiumoso, gli risponde. Annuisco.

Ce ne stiamo un po' così, in silenzio. E, stranamente, con lui non provo alcun imbarazzo. Sarà forse per il fatto che l'Immenso non si aspetta niente da me. Mi ha capita in un solo istante. O forse è perché mi ha osservata per giorni, durante le mie brevi passeggiate. Lo fa con tutti. Ci studia, ci scruta, ma senza velleità da giudice o censore. Sonda la nostra umanità, con discrezione.

"Come si fa a fidarsi delle persone?", gli chiedo scaldandomi le mani.

Tutti, prima o poi, ti tradiranno. È inevitabile che sia così. Ciascuno di noi, per sua natura, è inaffidabile. Anche tu sei inaffidabile verso te stessa.


Aspira con gusto il fumo dalla sua sigaretta e lo trattiene a lungo dentro di sé, prima di liberarlo schiudendo appena le labbra screpolate.

Il punto è capire di cosa hai veramente bisogno. Hai bisogno degli altri?

La sua domanda, così diretta, mi spiazza. Inizio a giocherellare nervosa con una ciocca di capelli. La avvolgo senza posa attorno all'indice della mano destra. Osservo, pensierosa, le doppie punte che ormai infestano la mia capigliatura trascurata. Bellissima..., penso tra me e me, com'è possibile che lui mi abbia vista così? Alzo lo sguardo verso il cielo, inseguo il volo basso di un gabbiano e gli invidio, una volta ancora, la leggerezza aerodinamica, quel suo innato sapersi adattare alle correnti, senza per questo snaturarsi o perdere la grazia.

"Veramente... Non so più di cosa ho bisogno. So di essere stata altro, da ciò che sono ora. So di sentirmi bene nella pelle che mi protegge adesso, in questo preciso momento. E so anche che ho nella mia vita presenze importanti, che hanno saputo superare il vetro che si frapponeva fra me e loro...".

Ma...

"...ma so che c'è altro ancora ad aspettarmi, con la voglia di sorprendermi e accogliermi. E io non so se sono pronta".

L'eterno dilemma. La scelta tra ciò che siamo e ciò che potremmo diventare... Lui, invece, ha sempre la libertà di cambiare...

Di nuovo il suo viso è rivolto al Mare, comune compagno di confidenze silenziose.
Sorrido a entrambi. Tra poco è ora di rientrare, ma il tramonto è uno spettacolo a cui non voglio rinunciare...


TESTO E FOTO DI YUKI, AKA PRISMA TBFKA MUSEUM

Soundtrack: They Wouldn't Listen - Altered State

V1
Swiftly, though tedious, we walk across this
land.
Treading upon the skulls that peer up
through the sand, and if I had the chance, I'd do it all again.
Though the nightingale
sings softly, she won't recall my name.

Chorus

They won't believe me, they wouldn't listen.

My mind is bending, I won't look back.

You touch me inside, I touch you outside.

I close my eyes, I close my eyes, I close my
Eyes, I close my eyes.
I close my eyes.


V2

This is where I started, I wonder where I'll
end,
and how many lost souls along the way
will I befriend?
And will my acquaintances
climb onboard my show?
And how long will
they linger before they have to go?

Chorus

They won't believe me, they wouldn't listen.

My mind is bending, I won't look back.

You touch me inside, I touch you outside.

I close my eyes, I close my eyes, I close my
Eyes, I close my eyes.
I close my eyes.


V3

All these things and more drift through my
mind as time goes by.
All these things and
more haunt me and clutter up my mind.
And have I thought enough? At least for
today.
The todays are disappearing, all slipping
away.

Chorus

They won't believe me, they wouldn't listen.

My mind is bending, I won't look back.

You touch me inside, I touch you outside.

I close my eyes, I close my eyes, I close my
Eyes, I close my eyes.
I close my eyes.
I close my eyes.


12.9.09

Corri, Ragazzo!




Una mela.
Come tante altre.

Una mela.
Proibita.

Ecco che diventa la più ambita.

Non lo vedi l'inganno della mente?
La tenera illusione di un'impressione vestita di emozione?


Un cavaliere.
Senza armatura e senza paura.
Indossa solo uno Scafandro,
così pesante,
che col suo passo
ci ha quasi scavato una Buca.

È talmente grande che pare un Armadio,
ma Tristania non ha paura.

Timida, lo avvicina. Con molta premura.

"Cos'è che ti preoccupa? Hai lo sguardo spento."
"Non posso parlarti o, prima o poi, me ne pento."
"Allora non dire niente. Non mi importa cosa pensa la gente."
"Ho perso la strada, il cavallo e il senno. Mi nego persino il sonno."
"Hai una brutta cera. Fatichi troppo, da mane a sera."
"Che altro posso fare? Non è questo, forse, il mio umile destino?"
"Lasciami indovinare. Adesso passi il tempo a rimuginare e a sognare..."
"Certo! E che altro dovrei fare? Nessuno mi vuole ascoltare!"
"Sbagli, se pensi di trovare altrove ciò che hai già vicino."
"Come fai a dirlo? Io non vedo niente."
"È che passi troppo tempo a giocare con la mente...".

Non lo senti il sole mattutino?
Il timido frizzare del vento settembrino?

Scappa, ragazzo. Corri, finché sei in tempo!
Riprenditi la vita, e presto. L'amore è un lampo.
Se non ti svegli in tempo, dalle illusioni non hai scampo...


Soundtrack: The Rip - Portishead

As she walks in the room,
Scented and tall,
Hesitating once more.
And as I take on myself,
And the bitterness I felt,
Realise that love lost, while
White horses,
They will take me away,
And the tenderness I feel,
Will send the dark underneath,
Will I follow?

Through the glory of life,
I'm scattered on the floor,
Disappointed and sore.
And in my thoughts I have bled,
For the riddles I've been fed,
Another lie moves over, while
White horses,
They will take me away,
And the tenderness I feel,
Will send the dark underneath,
Will I follow?

While, white horses,
They will take me away,
And the tenderness I feel,
Will send the dark underneath,
Will I follow?

9.9.09

Double Trouble





Lacerante il vuoto di certe giornate. Quella sensazione come di Tempo che ti scivola sulla pelle, implacabile, e ti mette con le spalle al muro, ti costringe a chiederti che ne è stato della tua vita fino ad ora.

Ho fatto le scelte giuste? Perso qualche treno, lasciato andare qualcuno di prezioso, perso un po' di dignità, amato senza speranza, lottato per cause perse, regalato il mio tempo a chi non ne aveva bisogno, donato un sorriso a uno sconosciuto in cambio di un pezzetto di paradiso?

E poi c'è lo scontro. L'inevitabile confronto con lui. L'Alter Ego. E lì non c'è alias che tenga.
Siete solo tu e lui. Non c'è spazio per gli scontri dialettici, i giochi di parole, gli evitamenti, gli occhi oscurati da un paio di occhiali da sole, l'identità celata dietro un fiume di parole.

Lui sa. Lui ti legge dentro. Sei un libro aperto.
E la cosa ti fa stare male. E ti eccita, anche.
Perché muori dalla voglia di lasciarti esplorare.
Davvero.

Ma l'istinto graffia, scalcia, impreca. Achtung! Qui non si passa!
E allora non resta che prenderti di petto, immobilizzarti le braccia, non lasciarti nemmeno un centimetro di spazio per una fuga all'ultimo secondo.
À bout de souffle.

Respiri affannosamente. Non hai scampo.
Una trappola mortale. Un'esplorazione sottopelle.
Il gusto della vita, un attimo prima della morte.

Ma tu ce l'hai un'Anima?

Certo che ce l'ho, cosa credi?

E allora dimostralo! Scendi dal tuo piedistallo, smetti di trincerarti. Che cazzo hai nella testa?

Mille battiti al secondo. È questo il tempo di morire?
Un fiore strappato alla madre terra, e così privato insieme dell'esistenza e dell'intima sua essenza.

Mi sento mancare, ho la testa leggera. Eppure non riesco a togliermi quel sorriso dalla faccia.
Stroboscopiche luci venute da chissà dove mi picchiettano le palpebre dall'interno. Forse è l'Inferno.

Non me ne andrò finché non avrò ottenuto quello che mi spetta.

Fa' un po' come ti pare. Tanto non ho niente di meglio da fare. E per quanto mi riguarda, potrei anche morire domani.

Sei solo un'illusa. Ti credi tanto forte, tanto impenetrabile. E invece ti si legge dentro. Sei trasparente.
Al limite dell'imbarazzante.


Ridi. Ridi pure. Tanto da qui non mi muovo. Non esisto. Chiudo gli occhi e quando li riaprirò te ne sarai andato. O sarò morta. Che cosa me ne importa.

Il mio Alter Ego è scomparso. Non c'è anima viva nella piazza deserta. Solo un lampione a farmi compagnia. Non si sente nemmeno il suono di qualche motore lontano, neanche uno schiamazzo.

È un attimo. Una forza mai vista mi invade da dentro. Svengo.
Un respiro sconosciuto e la sconvolgente sensazione di aver perso completamente il controllo.

DOVE DIAVOLO SEI, DÈMONE! FATTI VEDERE!

Gli occhi mi si rivoltano all'indietro. L'oscurità lascia il posto a un'ombra grigio fumé dai contorni dorati.
Lui è lì, sulle mie pupille. La sua risata agghiacciante mi gela il sangue e mi paralizza la schiena.

Ora non puoi più distogliere lo sguardo! Sarai costretta a guardarmi per sempre.

Non puoi sfuggire al tuo doppio.
Se vuoi conoscere la verità, cercala negli occhi.


Sountrack: Secret Sequence - Electro Sun

[N.d.B.: Avevo già scelto il titolo del post, prima ancora di aver trovato un brano adatto. Cerco 'psytrance' su YouTube e provo un paio di brani finché non trovo gli Electro Sun. Ascolto il pezzo, poi leggo le informazioni che l'accompagnano... L'album da cui è tratto si intitola Double Trouble. Sorrido. È andata.]

12.10.08

Talk All Day...


Oggi ho voglia di raccontare una storia. Una storia che non è la mia, ma che mi appartiene. Una storia che continua a riempire la mia testa e a chiedermi di uscire...



Lenta l'emozione mi sale dal cuore...

She wants to stay and talk all day...

È tutto quello che mi viene da dire, tutto quello che non ti ho mai detto.

E ti immagino seduto accanto a me, a raccontarmi la vita, i sogni, tutto quello che senti nel cuore.
Solo una volta, una volta soltanto.
Complici, come due anime unite dal tempo, che continuano a cercarsi...

Ti voglio bene, anche se non lo sai.
E questa canzone è per te.


Soundtrack: Blackfield - Blackfield




25.8.08

Istantanea...




Il sole d'agosto non ha pietà...
Nemmeno del tuo corpo color di luna.

Hai gli occhi chiusi,
puoi solo immaginare le voci accanto a te.
Ciò che non hai il coraggio di guardare, è più vicino di quanto tu creda...

La sabbia prende la tua forma, la pelle si accende di un calore nuovo.

Lenti i piedi infuocati avanzano in cerca d'acqua.
Il freddo penetra lentamente...
Le caviglie, i polpacci, le tue ginocchia...

Improvviso il tuo lancio...

Veloce ti inabissi, poi riemergi,
fiera...
La testa all'indietro, i capelli bagnati e migliaia di piccole gocce su di te.

Manca poco e non sarai più sola...

I tuoi occhi color smeraldo non potranno più nascondersi a lungo.

Agile come un gatto tenti di sfuggire a un altro paio di occhi che ti scrutano come nessun altro.

Le onde diventano complici...
Di una danza che non conosci...

La paura e l'emozione si fanno pudore.
Il sale brucia,
come l'amore.

Dopo tanti anni
sei ancora qui,
a inseguire l'arcobaleno...
nascosto nell'istantanea di un'estate.


Soundtrack: Catch The Rainbow - Rainbow

20.6.08

Racconto




Sono ore ormai che T. la osserva. Una stupida finestra, solo una maledettisima fottuta finestra... tanto lo separa da lei. E più di tutto quell'odiato specchio, in cui da tempo immemore non riesce più a specchiarsi.

Brividi di freddo in pieno agosto. Il terrore di un silenzio che dura ormai da troppi anni.

Pensieri molesti! Una distrazione che rischia di costargli cara... M. ha già chiuso il libro! Ecco che posa la matita e si toglie gli occhiali con un gesto liberatorio. Allunga le braccia verso la finestra accostata e la spalanca con un guizzo. T. fa appena in tempo a nascondersi. M. sta già catturando con avidità la brezza della notte estiva mentre sorride alla luna. Amica luna, silenziosa compagna delle sue notti solitarie.

M. si è alzata e ora cammina scalza sul pavimento del suo monolocale. T. sa già quello che farà, lo fa ogni volta che è stanca di studiare. M. si inginocchia davanti alla sua collezione di vinili, li scorre uno a uno con l'indice e li osserva con la testa reclinata da un lato. I riccioli castani le coprono dispettosamente gli occhi e prontamente M. li scosta con l'altra mano.

Su chi ricadrà la scelta oggi? T. tira a indovinare. Neil Young? Beatles, Rolling Stones, James Last? O magari Beethoven? No, forse Fabrizio De André... T. non riesce a decidersi. Oggi non indovinerà, è inutile persino tentare.

M. estrae finalmente un 33 giri e lo dispone con cura meticolosa sul piatto. Con mano ferma accompagna la puntina al punto di partenza...Una dolce melodia malinconica riempie la stanza e dalla finestra aperta raggiunge T. che no, non avrebbe mai potuto indovinare... Quel brano M. non lo ascoltava da anni, troppi i ricordi. E allora cosa le prende stanotte? Che diavolo avrà in mente?

M. è seduta per terra, la schiena contro la parete.

T. vorrebbe riuscire a guardarla negli occhi, ma non può. M. chiude gli occhi, vorrebbe qualcuno accanto... Che la facesse sentire come quando era bambina e del mondo non aveva paura. Istintivamente M. avvicina le ginocchia al petto e cinge le sue gambe con le braccia.
T. ha un altro brivido. Vorrebbe chiudere gli occhi ma non ci riesce. Non sopporterebbe un buio ancora più oscuro di quello in cui si trova.

La musica lo avvolge... Un brivido ancora...
Non è l'emozione, è solo uno stupido gatto che si ostina a strusciarglisi addosso. Che diavolo vorrà, perchè tutta questa confidenza? Con lui è stato così fin dall'inizio, da quando è venuto ad abitare in quel bugigattolo. E pensare che T. ha sempre odiato i gatti, possibile che l'istinto felino non gli suggerisca di stargli alla larga?

Ecco, doveva immaginarselo! Il dannato felino lo ha distratto. M. non c'è più.
La luce nel monocale è spenta, solo la musica continua a colmare quel vuoto.

T. si concentra, ma niente. Non riesce a sentire nient'altro.
Sempre e soltanto quello stesso ritornello:

'Cause I love you, yes I love you... Oh, how I love you...

T. è completamente annientato. Una smania paralizzante lo incolla al pavimento, mentre il gatto miagola, miagola e miagola, incessantemente. Si può sapere cosa si è messo in testa? Maledetta bestiaccia! Ora lo sente!



Cosa fa? Adesso si mette anche a parlare? T. è basito. Dev'essere colpa della birra... i gatti non parlano! T. si alza di scatto e dà un calcio alle bottiglie vuote, che si sparpagliano a casaccio sul pavimento. D'istinto si volta verso la finestra. M. lo sta osservando da un po', appoggiata al davanzale. T. si sente avvampare, accenna un sorriso... M. richiude in fretta la finestra.

Che sciocco... Lei non può più vederlo ormai. Quando imparerà?

Stupido gatto... Ma perchè non la smette?


Soundtrack: Nights In White Satin - The Moody Blues





2.3.08

Labirintiche Ossessioni




Brividi lungo la schiena, spalle al muro, alzo le mani in segno di resa. Trattengo il respiro.

Inaspettato, parte il colpo. Veloce. A tradimento.
Stendo il dèmone con un destro dritto in faccia.
Un tonfo. Poi il buio.

Puntini luminosi roteano vorticosamente intorno alle mie palbebre socchiuse. Schegge di luce impazzite e multicolori si conficcano nel derma come spilli infuocati.

Elettroshock emozionale.

Riapro gli occhi e sono distesa sulla superficie di un lago ghiacciato. Buio intorno.
Solo la luce della luna filtra tra i rami secchi del giardino d'inverno. Rischiara i contorni e confonde le ombre.

Ho fame. E niente da mangiare.

La tensione mi sfida a duello. Non ho più forze.
L'oblio si fa attendere, ma sono io che lo respingo.
Se devo morire, voglio morire cosciente.
Non deve sfuggirmi niente. Neanche un particolare.

Trattengo la vita per i capelli. Lei continua a gridare, ma io non la sento. Ho scelto personalmente la colonna sonora dei miei incubi.
Dj per una notte. La mia.

E allora voglio ballare fino a sfinirmi e cadere a terra esausta. Spompare il cuore fino all'ultimo battito, fino all'ultimo giro di basso, fino all'ultimo colpo sul rullante.
La testa libera di roteare i capelli in aria, le gambe scosse da un tremito, incapaci di stare ferme.

Gli occhi chiusi, sento le note arrampicarsi lungo la mia schiena. Posso quasi toccarle.

La pelle brucia. Calore avvolgente.
Il tuo sguardo su di me.

Ballo più forte, con ancora più foga, come se il movimento irrazionale del mio corpo potesse trascinare anche te nel vortice.

Mi guardi ballare, da lontano. L'hai già fatto altre volte.
Lo sento. Lo senti.
Energia che fluisce e rifluisce, ansiosa, incessante, pulsante di vita.

E allora ballerò ancora, fino alla fine dei tempi. Non potrai resistere a lungo.

Sogni d'oro, dèmone. Stanotte ho vinto io.


Soundtrack: Lullaby - The Cure

13.2.08

Asfalto



Trascini carponi il tuo corpo ferito. Ti aggrappi all'asfalto, vorresti strapparlo con le unghie. Stai ansimando.
Il buio ti pervade, nonostante la luce al neon che trafigge i tuoi occhi chiusi.
Il soffitto si abbassa fino a schiacciarti come una foglia secca.
Vuoi respirare, o forse hai già smesso di farlo.

Non tendi la mano. La paura è una scala a chiocciola che si avvita su se stessa.
Strisci come un serpente in cerca di un'uscita.
Odi un rumore, annaspi, vorresti la salvezza. Ma è solo l'eco sorda del tuo stesso respiro. Il tuo grido è un canto a squarciagola che nessuno può sentire.
Soccombi. Lasci che la guancia assorba svelta il gelido contatto con le piastrelle color ocra.
Immobile, attendi la tua resurrezione. L'illusione ti ha già deformato il viso in un inutile sorriso.


Sono passati dieci anni. Il Tempo non esiste. Eppure continua a farti visita nel sonno...

Soundtrack: Daffodil Lament - The Cranberries