9.2.19

Echi


Nei calendari scomposti che scandiscono il tuo tempo è difficile trovare un posto. Tutto è affidato al caso. Rinuncia o perdita. Impossibile trovare un compromesso. Rintocchi diversi scandiscono le vite degli altri e tu non puoi far altro che adattarti. 

Dipende da te. Dipende sempre da te. Ed è così che ti porti al cinema, dopo due tentativi andati a vuoto. Sprofondi leggera nella poltroncina rossa. Poche persone nella sala del cityplex e a te è stato assegnato il posto nella fila davanti a tutti gli spettatori che ti hanno preceduto. Meglio così. Hai veramente l'impressione che la sala sia tutta tua, non appena i commenti a bassa voce iniziali si lasciano smorzare da una trama che avvince, aggancia, ammutolisce. 

Il finale ti spiazza. Ti alzi per prima. Una signora ti segue di pochi passi mentre apri la porta. La tieni aperta per lei, così decidi di voltarti e sorriderle, combattendo l'istinto iniziale di fuggire via senza guardare nessuno. Saluti anche i gestori e dopo qualche passo sei di nuovo fuori, sul corso principale illuminato che si avvia verso un sabato sera di provincia lento e silenzioso, almeno qui. Dai un'occhiata furtiva alle vetrine dei negozi ormai chiusi, a qualche locale dove coppie e gruppi di amici si apprestano a consumare una cena in compagnia e ti avvii al parcheggio. Devi attraversare un ampio stradone trafficato, nessuno si ferma alle strisce. Sfrecciano velocissimi. Un flash ti attraversa la mente. Lo ricacci indietro. Attendi che il semaforo a mezzo chilometro di distanza diventi rosso e con rapide falcate sei dall'altra parte della strada. Dalla gola senti salire una parola. Chiara. Netta. Indiscutibile. "N-e-s-s-u-n-o". Inghiotti, vorresti ricacciare indietro anche lei. Niente da fare. Non se ne va. Come un'assoluta certezza.

I soliti trucchi di una mente inquieta che periodicamente ti lascia cadere negli stessi tranelli da una vita. Sai che quegli echi non sono che una realtà parziale, frutto delle tue batterie che ogni tanto si scaricano. Che non sono la realtà. Ma purtroppo sono la tua. E ti rimbalzano dentro, producendo una fitta che ti inchioda ancora una volta all'ineluttabile verità della tua esistenza: un continuo percorrere sentieri tortuosi da reinventare ogni giorno per sfuggire a un'assenza. L'assenza di un posto nel mondo che tu senta interamente tuo e a cui tu appartenga. Un posto in cui tornare senza la voglia, dopo un po', di scappare ancora, e ancora, e ancora. Un posto che non esiste, per quelli come te. Quelli nati con il gusto per l'autocommiserazione che, ciclicamente, si alterna alla forza di un leone per cercare di costruire un mondo che non c'è e che non ci potrà mai essere, perché altrimenti esisterebbe già. 

Cinicamente empatica. Questo lo sei sempre stata. Odi tutti ma poi in fondo vorresti aiutarli. Chi? Cosa? Perché? Perché non arrendersi ed accettare che chi nasce solo, solo rimane, se non per qualche fugace istante di immersione in un brodo sociale che per un attimo scalda, poi stufa, poi lasci andare di nuovo fino a rimpiangerlo. E via andare, in un infinito pirandelliano recriminare la voglia di cambiare identità, città, connotati. E riprovare ancora lo stesso disgusto che sai albergare da qualche parte dentro di te, nonostante i tuoi momenti di fugace serenità conviviale. 

Il volume al massimo, al sicuro nel cubicolo con cui ti riporti a casa, pensi, attraversando una galleria della superstrada, ad una di quelle magie da film in cui, mentre si è in viaggio, d'improvviso qualcosa accade. Si scompare dal qui ed ora e ci si ritrova in un'altra era, un'altra epoca, un'altra realtà. La galleria dura meno di un minuto, più avanti ce ne sarà un'altra e là ripeti lo stesso pensiero. Nulla accade, ovviamente, ma tu chiudi gli occhi e un po' ci speri. Intanto, infastidita, mandi avanti uno dopo l'altro tutti i brani che la playlist ti propone. Non ti capita mai di farlo così tanto e con tanta impazienza, ma stasera non te ne va bene una. Finché non trovi lei... un seducente loop chitarristico iniziale che, guarda caso, termina in una eco che si sposa perfettamente con l'atmosfera lunare e con le prime parole, che sembrano scritte proprio per te. 

Peccato che dopo pochi secondi, premendo inavvertitamente il tasto sbagliato, finisci per far partire un nuovo brano senza più riuscire a recuperare il precedente. L'unico che ti aveva, per un attimo, sottratto ai cattivi pensieri. 
Per fortuna avevo memorizzato il titolo.


YUKI, AKA PRISMA
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Soundtrack: Light - Jon Bryant

Lonely Planets



Non riesco ancora a spiegarmi perché non manco a te come tu manchi a me.


YUKI, AKA PRISMA

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Soundtrack: Wrong Side Of Heaven - Five Finger Death Punch

18.4.18

Costell-Azioni

In questi giorni sto cercando di ultimare un progetto iniziato la scorsa estate. Un progetto delicato, nato in una fase altrettanto cruciale, in cui l'idea era che - dovendo io probabilmente mollare tutto - avrei almeno voluto lasciare dietro di me una traccia di quanto appreso e fatto negli ultimi sette anni. Una prova, una testimonianza, una piccola guida che potesse essere di aiuto agli altri. Perché tutti quegli sforzi e il tempo investito non andassero sprecati. Perché non tutto fosse perduto.

Il progetto, che avrebbe dovuto vedere la luce a novembre, si è poi arenato a causa di un improvviso silenzio assordante da parte della controparte. Riprese da me personalmente le redini in mano al termine di altri impegni concomitanti sopraggiunti da novembre a febbraio, il progetto si è adesso spostato in mani meno reticenti e sembrerebbe avviarsi a compimento. Al momento sono in fase di revisione e sento forte il bisogno di un confronto. Rileggere cose scritte mesi fa mi provoca un effetto strano. E' inevitabile il risveglio di dolori lontani. Vecchie paure tornano a fare capolino. Ricomincia a farsi sentire timidamente la voglia di condividere il frutto del mio lavoro con chi penso possa apprezzare. Ma non è così semplice. 

Era molto più facile credere di avere a disposizione quello spazio, ancorché virtuale - ma per mia scelta riservato a pochissimi - in cui aggiornare, come in una sorta di intimo diario di bordo, di note scritte da dietro le quinte, sulle tormentate tappe del "viaggio verso la luce" di una guerriera riluttante. 

Sapere che, volente o silente, potevo contare su una presenza per me importante faceva la sua differenza. 

Lo so, sono un'Egoista.


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Soundtrack: Condemnation - Depeche Mode

29.12.17

Under The Same Sky

Natale. Tempo di ritorni in famiglia. Di transumanze che riannodano fili mai spezzati.
Ritrovo il Mare, un sole abbagliante che mi sorprende ogni volta allo stesso modo.
Ritrovo passi già compiuti, ne riscrivo di nuovi. Sotto lo stesso cielo, in tempi diversi.

Il pensiero corre veloce a un'altra famiglia, che sento profondamente mia anche se impalbabile, inafferrabile. Una famiglia che in tempi non troppo lontani ha saputo colmare distanze siderali e tenermi agganciata alla vita raggiungendomi nel fondo della mia essenza più viscerale. Un'essenza che, attraverso la scrittura digitale, ha gridato, ora sussurrato, sogni, dolori, frustrazioni, ambizioni. Incubi reali e proiezioni al tempo soltanto futuribili, che ora sono finalmente in fieri.

Più volte ho pensato di essere davvero una privilegiata per questo fortunato incastro d'anime che mi ha vista protagonista against all odds, a dispetto di ogni titubanza, distanza, insicurezza, intimo senso di inadeguatezza. Non sapete quante volte vi ho abbracciate col pensiero - il cuore colmo di affetto - anime belle! Mie anime sorelle.

Un universo di possibilità mi si schiude davanti (era sempre stato lì!), adesso che sono un po' più pronta. Enormi responsabilità mi chiamano e non ho alcuna intenzione di tirarmi indietro. Paura? Sì, ma non di non esserne all'altezza. So che potrò fermarmi ogni volta che vorrò. Per ricaricare le pile. Allenare i muscoli di cui di volta in volta riterrò di aver bisogno. E crescere, crescere sempre. Non fermarmi mai.

Quest'anno ho scoperto che il mio cuore è piccolo, ma capace di contenere molto più di quanto credessi. Inizi a ricevere, quando permetti agli altri di conoscerti davvero, e consenti loro di darti affetto. Semplice e banale, ma non per me. Ho dovuto lavorare sodo su certi miei automatismi evitanti rigidi e iper(auto)protettivi, all'inizio insieme a chi conosce bene le chiavi che mi avrebbero consentito di capire come scardinarli, un pochino alla volta.

Quanta sofferenza passata! E quanto potente può rivelarsi la nostra capacità di rinascerne più forti, se solo ci diamo il permesso di attraversare il nostro "deserto personale" con i nostri tempi, smettendo di bastonarci ogni qual volta non soddisfiamo le nostre stesse rigide aspettative! Il dolore resta sempre dolore, ma è pur vero, come diceva qualcuno, che i maestri giusti arrivano quando l'allievo è pronto. E, riguardandomi indietro, prima di affacciarmi sul nuovo che mi sto costruendo, finalmente raccogliendo il coraggio a piene mani, posso confermare che è davvero così!


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Sountrack: Driving Away From Home - It's Immaterial 

31.3.17

Cattivissima (Con) Me

Intorno a me
Figlian tutti come conigli
Mentre ancora fatico
A trovare i miei appigli.

Solo se viaggio
Ritrovo gli artigli,
Annuso la vita
Tra Tornanti e Navigli.

Il futuro? Una sfinge,
Bloccata tra cuore e laringe.
La solita voce, che stringe:
Non combinerai mai un cazzo di buono,
E' stato soltanto frastuono!

Un lamento, un latrato...
L'ennesimo orgasmo mancato.


Lunàdigas, un film che devo vedere... per capire, se sono (chi sono)

(Postilla: la verità è che la gente, persino la più cinica, vuole l'happy ending... ma non sempre questo è possibile, né è piacevole guardarsi allo specchio, anche se talvolta è necessario, per quanto faccia male. Il problema è saper dosare questi momenti con altri in cui si proceda invece spediti e senza indugi, per scongiurare deleterie interferenze di una linea temporale - il passato - con l'altra - il futuro -, e gli sconvenienti effetti disastrosi a cascata che finirebbero per reiterare, in un loop discontinuo, sempre lo stesso risultato. Come se, pur chiamando numeri diversi, ci ritrovassimo ad ascoltare sempre lo stesso avviso registrato che ci avverte che il nostro destinatario è al momento irraggiungibile).

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Soundtrack: Digging Shelters - Neil Halstead

20.2.17

Oldies (But?) Goodies

Del perché la stessa persona ne stimi contemporaneamente due diverse, che più diverse non si può, e non nel senso di una miglior texture umana resa possibile dall'accostamento di elementi di diversa forma e colore. Parliamo di due specie diametralmente opposte, nel senso che una delle due, se potesse, eliminerebbe l'altra dalla faccia della terra. Non soltanto metaforicamente. 

Questa è la storia che, a posteriori, con la consapevolezza del "poi" che allora non vi era, va a ricadere nello schema sputtanatissimo, nonché ancor oggi attualissimo, della vittima e del bullo. Nel nostro caso, bulle. L'unica differenza è che eravamo nel lontano 1995 ed allora non esistevano i social networks, altrimenti ben altro e ben più grave esito avrebbe potuto avere questa vicenda, rimasta sconosciuta ai più per oltre vent'anni per evitare di sollevare inutili polveroni (eccezion fatta per due figure maschili che, una protagonista, l'altra orecchio attento ed empatico diversi anni dopo l'accaduto, hanno saputo farsi culla per questo segreto).

Non esistevano i social networks, dicevamo, e nemmeno i telefoni cellulari, ma esistevano le cabine telefoniche (quelle alla Superman per intenderci) ed i pennarelli Uniposca colorati. E due ragazzine che, per passare il tempo un noioso sabato pomeriggio, pensarono bene di inventarsi un bel "giochino" ai danni di una terza, ignara. Il tutto andò a culminare con una serie di chiamate al telefono fisso di casa di quest'ultima, la mattina di Pasqua. Sì, avete capito bene, proprio la domenica di Pasqua! Una serie di voci maschili di svariate età, dall'altro capo di una cornetta, chiedevano di lei, una poco più che quattordicenne, per ciò che senz'altro immaginerete senza che ci si addentri in inutili particolari. Alla richiesta di spiegazioni avanzata dal padre della vittima al terzo tentativo da parte di uno di costoro, questi candidamente giustificò il motivo della sua telefonata nell'aver letto un annuncio scritto su una cabina telefonica, confermando il nome di battesimo della malcapitata e l'esattezza del numero composto.  

Senza pensarci due volte, sotto la pioggia battente, un padre e una figlia si misero in macchina a perlustrare una ad una tutte le cabine telefoniche (e badate bene che in quegli anni ve ne erano decine e decine) di un intero ed esteso quartiere: quella storia doveva assolutamente finire! 

Sulla via del ritorno, ormai sconfitti e preoccupati, videro un'ultima, isolata cabina. Con la forza di un ultimo, disperato, tentativo, lo sportello dell'auto si aprì ancora una volta e la ragazza andò a guardare. Ed ecco lì, sotto i suoi occhi increduli, in uno sgargiante rosa confetto, la scritta maledetta! Un brivido la percorse tutta. Sapeva esattamente chi vivesse proprio lì vicino... e chi delle due possedesse un Uniposca di quel preciso colore. Se aggiungiamo che non molte persone erano a conoscenza del suo numero di telefono, il caso era praticamente chiuso. Non poteva crederci. Sapeva di non esser mai andata a genio a nessuna delle due, ma non fino al punto di arrivare ad un gesto del genere. Prontamente, con l'aiuto di suo padre, la ragazza riuscì a rimuovere l'odioso "annuncio" e, così, ad interrompere la penosa catena di chiamate volgari al telefono di casa sua. Al rientro dalle vacanze pasquali ebbe infine la conferma inappellabile e definitiva dei suoi timori: il pennarello incriminato apparteneva, come ricordava, proprio alla ragazza che abitava vicino al luogo del "misfatto". 

A sua madre non rivelò mai di aver scoperto l'identità delle responsabili di quel dispetto, né a nessun altro. Nemmeno le artefici dell' "innocuo" scherzetto seppero mai che lei sapeva. Una di loro, venne a scoprire per caso anni dopo, se ne andò prematuramente per una brutta malattia. Le dispiacque, nonostante tutto. E non potè fare a meno di pensare al destino beffardo che si era portato via tanto presto proprio colei che aveva dedicato la propria tesina finale alla Nera Signora, mentre lei, che si era occupata del suo esatto opposto, ancora teneva botta, nonostante i molti colpi ricevuti dalla vita in quelli e negli anni a venire. L'altra adesso si è sistemata, ha un lavoro stabile e ben retribuito, un marito e dei figli. E' quella che si può tranquillamente definire una "vincente", almeno alle apparenze. Chissà se ricorda ancora quel pomeriggio di "sano" cazzeggio in cui, per ammazzare un po' il tempo, aveva quasi rovinato la serenità di un'intera famiglia. Probabilmente no.

Per un colpo di fortuna, il danno si potè contenere e arginare nel giro di poche ore. Conseguenze ben peggiori si sarebbero potute avere se quel padre e quella figlia, quel giorno, non fossero riusciti a trovare e rimuovere quell'annuncio... e se, al tempo, la bravata fosse stata compiuta con gli strumenti tecnologici che abbiamo a disposizione oggi. Immaginate se al posto di quel numero fisso, che per forza di cose ha portato - e per fortuna! - al coinvolgimento di un adulto che ha contribuito alla risoluzione del disagio, ci fosse stato il numero di cellulare dell'adolescente che magari, per vergogna ed imbarazzo, si sarebbe tenuta tutto dentro. Se il gesto che oggi, col senno di poi, possiamo a buon diritto chiamare un vero e proprio atto di bullismo (cosa che al tempo così non fu perché mancavano gli strumenti atti a comprendere quanto stava accadendo e perché), fosse stato rilanciato e condiviso sui social... chissà come sarebbe cresciuto, magari a dismisura, quel fatterello e se quella ragazza di allora, travolta dal vortice, oggi sarebbe ancora qui per raccontarlo.

Nessun rancore, solo un sano sbigottimento. E la consapevolezza che si trattò di uno strascico che, per un caso davvero raro ma sfortuntato, aveva fatto sì che quanto già vissuto - sempre senza consapevolezza e strumenti di supporto - alle scuole medie si fosse iniziato ad innestare anche dopo, a causa di una lingua troppo lunga. In nessuna delle due situazioni ci fu una reale presa in carico del vissuto di disagio, solo un trascinarsi dentro quei macigni, un tirare avanti e sopravvivere, sentendosi pure responsabile per non sapersi difendere e colpevole di essere "diversa" dalla maggioranza ("outsider" o "nerd", per usare la terminologia di oggi).

Ora quella ragazza, divenuta Donna, saprebbe cosa dire alla se stessa di ventidue anni fa. Come sostenerla, come indirizzarla, anche preventivamente, ad un supporto mirato in grado di riscattarla dalle conseguenze di una famiglia fuori dal comune (per usare un pallido eufemismo) e renderla più corazzata per affrontare la vita sociale e le relazioni tra pari. Ora saprebbe tenderle la mano con amore, non per proteggerla, farle scudo e lasciarla passiva, da "povera", debole vittima dell' "alterità cattiva". Ma per spronarla a conoscere e trovare in sé la forza e quella cassetta degli attrezzi indispensabile per saper stare in mezzo alla gente senza paura. Per non subire più la propria storia personale e familiare e, in ultima analisi, se stessa. Per cessare una volta per tutte di esser calamita del disagio esternalizzato altrui.

Perché raccontare questo, oggi? Perché i segreti, una volta elaborati e digeriti i fatti che li hanno originati, dovrebbero cessare di esser tali e così perdere il loro potere distruttivo per lasciare spazio a nuove esperienze di segno opposto. 

Auguro alla superstite delle due ex bulle (non le avevo mai definite tali finora, ma è questo ciò che sono state in quella circostanza e le cose, per poterle riconoscere per ciò che sono e prenderne le distanze, vanno chiamate col loro nome) di fare tesoro del passato per poter essere un buon esempio per i suoi figli. A loro auguro, invece, di non incontrare mai nessuno che faccia a loro quel che per gioco fece la madre ad una sua coetanea.  E, ovviamente, a loro auguro di non arrivare mai a fare lo stesso ad un loro coetaneo.

Il passato dovrebbe servire per imparare, non per re-iterare. Io, da par mio, ce la sto mettendo tutta. Soprattutto per essere più leggera. Tirar fuori vecchi macigni e condividerli con chi può capirli serve anche a questo.


YUKI, AKA PRISMA
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Soundtrack: Don't Let It Bring You Down - Annie Lennox

1.1.17

Blue

Inevitabilmente, il mio colore. Ieri, Adesso e Sempre.
Bisogna che impari ad indossarlo con più stile.
In fondo - dicono - mi sta piuttosto bene.













YUKI, AKA PRISMA

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Soundtrack: Blue - The Jayhawks

5.11.16

In My Own (Sweet) Way

Dolce il risveglio di pancia, doloroso quello di testa, oggi. Pulsante di fatica per gli sforzi profusi ieri, nel tentativo, il giorno antecedente e quello precedente ancora, di adempiere agli obblighi sociali di cui necessito per non soggiacere all'oscuro signore, apro gli occhi sull'ultima immagine mentale che ricordo, in dissolvenza. So che, appena allento un attimo la presa, cercherà nuovamente di conquistarmi e farmi sua.

Amazzone coraggiosa degli abissi, non cedi facilmente. Buoni mèntori ti hanno trasmesso alcuni piccoli trucchi da maestro per rilanciare la sfida e non soccombere agli attacchi. Certo è che questo ha un prezzo: la stanchezza, fisica e mentale, che ti attanaglia ogni volta. Questo è, e me lo faccio andar bene. Se penso a come il piatto della bilancia pendesse da tutt'altro lato fino a non molto tempo fa, (funny voice: on) ci sarebbe da accendere un cero alla Madonna, se solo ci credessi (funny voice: off).

Terremoti dell'anima ci stordiscono e ci insegnano che niente andrebbe rimandato troppo a lungo, domani potresti non averne più il tempo. Eccezione concessa, invece, al tempo dell'onirico, che non conosce ordine cronologico, poiché ne crea uno tutto suo, frantico, da shuffle arbitrario e refrattario ad ogni (apparente) logica. Dev'essere per questo che stamani, poco prima di riaprire gli occhi con la testa che pulsava, mi sei apparso, il tuo sorriso compiaciuto, blackest eyes magnetici concentrati su di me, come a dirmi: "Sei stata proprio brava, ieri!", e il tuo orgoglio era anche il mio (ogni "battaglia" che vinco sento che festeggi con me - e viceversa -, anche se io delle tue, oramai, non so più nulla). 

I capelli erano gli stessi di sempre, nei miei ricordi, forse anche più belli per effetto dell'idealizzazione tipica dell'"oramai irraggiungibile", che ammanta di un velo splendente anche il dettaglio più banale.


YUKI, AKA PRISMA
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Soundtrack: In My Own Way - Ray LaMontagne

13.9.16

Potrei Parlarti

Potrei parlarti di qualcuno che, d'amblais, dopo anni di silenzio, ha improvvisamente voglia di sentirmi. Un bene dell'anima, dice, e una gran voglia di abbracciarmi: "Lo sai, se hai bisogno, corro". E ti suona così strano! Come mai, questo slancio, così, all'improvviso? Il legame di sangue non può essere l'unica spiegazione possibile. Non in questo caso. 

Fluiscono le parole, a piccole dosi. Un dolore che, forse, ti ha avvicinato al mio, dandoti l'illusione di una comunione più idealizzata che reale. I ricordi affiorano, così come le paure... e le speranze: che il karma intergenerazionale che ci affligge sia finalmente sconfitto. (Crederlo, anche se utopistico, ci fa già sentire meglio). 

Quell'abbraccio, lo sento, resterà solo virtuale, come decine di altri, soltanto pensati. I nostri sorrisi incastonati in una foto di diciott'anni fa, ignari di quel che sarebbe accaduto dopo. Quei corpi ormai non esistono più, trasmutati dal tempo. Fluttuano, forse, sospesi in un outer space a noi irraggiungibile, se non attraverso la dimensione ovattata e traslucida del sogno e della memoria, che un po', in fondo, si assomigliano.


Potrei parlarti di paesaggi che nemmeno a pensarli li crederesti reali. Di risvegli quasi magici, al cospetto di una Natura di fronte alla quale non si dovrebbe che genuflettersi, o restare in silenzio e pura contemplazione, benedicendo gli dèi o chi per loro per il privilegio di assistere a una tale Bellezza.

Potrei parlarti di viaggi incompiuti, verso mete di sogni sgretolati perché irraggiungibili. Potrei parlarti di viaggi conquistati a discapito di altri, negati. E della Felicità che va dipingendosi quando la mano smette di ostinarsi nel disegno che la Mente imponeva per lasciarsi guidare dal fluire dell'esistenza. Quando, finalmente, impara a ricevere, grata, i doni che la Vita le porge. 

Potrei parlarti di quanto sia bello sentirsi dire: "Mi sei mancata!" e "Diventi sempre più bella!", anche se una parte di te - la solita! (in questo non sei cambiata per niente) - non vuol crederci e finisce per scherzarci su e "buttarla in caciara". 

Potrei parlarti di una strada alberata e del godimento che provo nel percorrerla, mani sul volante, mentre dagli altoparlanti la mia auto mi accarezza con la mia musica preferita. 

Potrei parlarti dei viaggi. Del fatto che non posso farne a meno, che ho bisogno di sentirmi in movimento. Di sondare, esplorare, lasciarmi stupire... di toccare, gustare e percorrere con lo sguardo ogni centimetro di mondo, annusarlo, farci l'amore. Perché soltanto così quell'Uno così pesante da trasportare col suo carico di pensieri e ripensamenti si alleggerisce, fondendosi con quel Tutto che lo possiede e lo contiene. 

Lasciarsi trasportare e seguire la corrente, con spensieratezza, come hai visto fare a centinaia, nel Reno. Ci stiamo avvicinando.

Lasciarsi andare del tutto, almeno una volta, senza alcun controllo, questo no. Ancora non mi riesce.

Potrei tentare col parapendio. 

Un giorno, forse.

YUKI, AKA PRISMA
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Soundtrack: Song To The Siren - John Frusciante

9.6.16

Senza Titolo














Un tuo sorriso può sciogliere i ghiacciai.
Dev'essere per questo che non ti è concesso, nella Vita, di sorridere troppo.


YUKI, AKA PRISMA

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Soundtrack: Save Me - Aimee Mann

7.5.16

Una Mediocre Numero Uno

Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai a fare un bagno di realtà, a prendere consapevolezza del fatto che nulla di ciò che avevo sognato di fare si concretizzerà.

Ci vogliono una notevole dose di coraggio e altrettanta di umiltà per ammettere che:

1. non sarai mai quello che avresti desiderato essere
2. non tutti siamo destinati ad eccellere e a realizzare i nostri sogni
3. ciò che rifuggevi come piatta mediocrità è invece un orizzonte concreto a cui è saggio e sacrosanto aspirare se non hai abbastanza bombole di ossigeno e squadre di sommozzatori pronti a correre in tuo soccorso per continue immersioni in acque pericolose

Quanto premesso è ancor più vero specialmente se sei di quelli che non amano bucare lo schermo, ma piuttosto i muri di gomma, che evitano le luci dei riflettori come la peste e preferiscono lavorare nell'ombra. Niente di male in questo. Il problema dell'ombra è che però, alla lunga, può costarti molto cara. E tu non te lo puoi permettere.


YUKI, AKA PRISMA
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Soundtrack: Quella Che Non Sei - Ligabue

5.1.16

Epifanie Musicali

Insomma. Eccoci qui. Che brutto inizio per un post, ma non so fare di meglio. Più e più volte negli scorsi mesi ho fantasticato di riversare qui i miei pensieri istantanei, ma troppi gli impegni, tanto da non riuscire mai a ritagliare lo spazio e l'intimità necessari per la scrittura. Quante parole soltanto pensate disperse nel nulla! Anche oggi l'impulso iniziale di scrivere è presto svanito e si è autosoffocato, un coperchio su una pentola che bolle, con l'acqua che invece che traboccare si prosciuga, nella consapevolezza che ormai sempre più i blog sono oasi abbandonate nel deserto, destituiti dai social, più istantanei, più "sul pezzo", enormi e subdoli buchi neri che tutto fagocitano nel breve tempo di un click e nelle ottuse logiche di algoritmi a noi preclusi. Troppo per me, che ho bisogno dei miei tempi, per far decantare e assorbire le cose, prima di poterne parlare. Sempre in ritardo su tutto, sempre fuori moda, sempre fuori synch. Machissenefrega. Se un proposito ci dovrà essere nella mia vita per questo 2016 (Gesù, non posso crederci? L'ho fatto davvero, ho parlato di propositi per l'anno nuovo? Oh, my Gosh!), è quello di "fucking let go" la rabbia verso me stessa e quello che non riesco a (voglio?) fare. Far pace una buona volta con quella che sono oggi e lasciarmi libera di vivermi e sperimentarmi, anche negli errori (?), nelle battute d'arresto che col senno di poi erano i necessari pit stop per un'anima affaticata.

Lo so, lo avrò già detto mille volte in altrettante forme, ma... No, meglio non dirlo. Meglio sentirlo. E' questa, lo so nel profondo, l'unica via per una reale, istintiva, e per questo inevitabile connessione. 
 
Oggi mi sono sorpresa a guardare con stupore affascinato la mia immagine allo specchio. Non il mio viso, ma il corpo. O meglio, la parte che la porzione limitata di specchio disponibile mi consentiva di vedere. Ho mutato forma negli ultimi due, tre anni. All'inizio è stato spaventoso. E' stato come morire. Confesso di aver temuto di essermi ammalata di un qualche male incurabile. Ma poi, col passare dei mesi e la stabilizzazione del mio cambiamento, è stato bellissimo. Un sentirsi sempre più in sintonia, il contenitore e il suo contenuto, la forma un tutt'uno con l'essenza. Il viaggio ancora continua e talvolta ancora mi sorprendo a chiedermi chi sia la persona riflessa su una vetrina o sulle porte del treno, per poi trasalire rendendomi conto di essere io. Ma è nella mia intimità casalinga, quando non c'è nessun altro intorno a me, che mi capita di sperimentare una piacevole e intensa comunione tra l'immagine e la sua incarnazione. In alcuni brevi, preziosi istanti ho persino toccato con mano il miracolo che è sentirsi pienamente in diritto di esistere, felice persino di questo!, una creatura tra le tante meravigliose dell'Universo, al pari di un albero o di un fiume. Adesso so cosa prova il bozzolo quando muore e conosco lo stupore incredulo che segue il fremito d'ali, prima timido, poi sempre più vigoroso, della farfalla. Ma il paragone è infausto, troppo breve e fragile la sua esistenza. O anche questo fa parte del pacchetto? I nostri sogni hanno la stessa caducità?

All'inizio di questo nuovo anno mi sono stranamente ricordata, in due giorni diversi, dei sogni fatti prima del risveglio. Il primo non lo scrivo, del secondo condivido la riflessione che in me ne è scaturita, e cioè che nel tentativo di difendere la mia fazione dal nemico, ho finito per mettere a rischio la vita delle persone che cercavo di proteggere e io stessa per scampare alla morte ho dovuto fuggire dal mio stesso fuoco divenuto inaspettatamente "amico" e in tal veste tornato al mittente. Cosa ha voluto dirmi il mio inconscio? Di selezionare meglio le strategie? Di "step back from the line of fire" (come in un brano che quest'anno mi ha letteralmente salvato da una situazione spiacevole)? Effettivamente il cuore mi dice che è meglio attendere, volare basso, tenere la mente e le porte aperte a nuove opportunità e collaborazioni che possano valorizzarmi come merito. E' che a volte ancora temo che non agire o smettere a un certo punto di farlo sia una rinuncia, una specie di resa da vigliacchi. E invece no, esistono circostanze in cui ostinarsi è da suicidi, oltre che da stupidi. In cui è più produttivo fermarsi e riposare, specialmente se si è stati trascinati in un combattimento da qualcuno che sapeva fin dal principio di avere molte più armi di te. Quindi? Quindi un bel respiro... e la consapevolezza che hai fatto tutto quello che in questa fase della tua vita era in tuo potere fare. Avrai modo e tempo per spostare l'asticella ancora un po' più in là.

 
YUKI, AKA PRISMA
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Soundtrack: More Will Be Revealed - Chicago

5.7.15

Specchietti Per Allodole Retrovisive

Fa così caldo da non aver voglia nemmeno di mangiare. Qualsiasi cosa ingeriresti ora, sai già che il tuo corpo la espellerebbe seduta stante. Ma sai che in fondo è un'altra la temperatura responsabile della tua inappetenza. Ventilare nuove soluzioni adesso non aiuta. E nemmeno lanciarsi in masturbazioni soltanto mentali, perché la mente batte (ancora) il corpo diecimila a uno e oggi non è aria per ingaggiare una nuova battaglia e tentare di sovvertire il risultato. Questa è una banalissima serata torrida italiana, non è certo Over The Top, dove basta un semplice incoraggiamento per ribaltare una partita iniziata palesemente a sfavore.

Mi avevi dato un compito e io ho fallito, perché non ho neanche incominciato. Ho preferito (?) fermarmi ai blocchi di partenza. D'altronde, se mancano le basi, dove cazzo pensavi che potessi mai arrivare? No, ad ogni modo, so già che qualsiasi cosa ti dicessi tu risponderesti rimandando ogni frase al mittente. Ti ho deluso, non è vero? No, mi diresti, è tuo interesse farlo, mica mio! E invece lo so, che in fondo, c'è anche un bel po' del tuo ego a gongolare per i miei progressi (presunti?) e a rodersi per le mie resistenze camuffate da battute d'arresto. Cavoli tuoi. Mica te l'ha ordinato il dottore! E anche se lo fossi, non potresti che prendertela con te stesso/a. Proprio come faccio io. Scacco matto!

Giusto oggi leggevo un interessante paragrafo sulla poesia, in stile jodorowskyano. Arte come cura, poesia come atto creativo che trasforma la realtà. Un tempo era il mio pane quotidiano. La ricerca di trasformazione di energia oscura in energia pulita attraverso la parola scritta. Qualcuno la chiamò poesia. Forse era vero. Oggi ne faccio molto a meno. Paura? Che la poesia non sia che un prolungamento del mio dolore? Quel dolore che sono stanca, da troppo tempo, di provare? Che sbuca da dietro l'angolo non appena mollo un attimo la presa? Non appena sulla scacchiera qualcuno sposta una pedina e tutto va a puttane e si deve ricominciare da capo? Una nuova strategia. Ma tu sei la regina della tattica e adesso che potresti pianificare in campo libero ti senti persa. 

Quando la felicità degli altri inizia ad irritarti perché nei momenti in cui ti sfugge ti ricorda la mancanza della tua, capisci che hai di nuovo oltrepassato un limite. Che forse per te sarà sempre così. Rialzarsi, sempre. Finché, un giorno, potresti essere troppo stanca per farlo. 

Ieri sera sembrava tutto così semplice, non dovevi che allungare la mano. Era tutto alla tua portata, tutto a tua disposizione... Ti fotti sempre su un punto: se il tuo entusiasmo non è condiviso, svanisce. E' questa la gran puttanata. E ne hai individuata pure la causa. Essere felici a prescindere. Ecco la vera missione. Non per essere un povero fesso che ride da solo quando non c'è proprio un cazzo da ridere. Ma per essere  noi stessi la linfa che ci alimenta e ci rende vivi, assumendoci la piena responsabilità di ogni istante. Senza cagare il cazzo al prossimo per ogni nostra luna storta, senza riversare attorno a noi i brandelli infuocati della nostra infanzia ferita. Se solo smettessi, tu, di sentirti in colpa ogni volta che sono triste, ogni volta che sono arrabbiata... ogni volta che finisco per prendermela con me stessa...

YUKI, AKA PRISMA
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Soundtrack: I'm The Man Who Loves You - Wilco

12.6.15

Eden

Canzoni che non vorresti più ascoltare, per evitare che risveglino in te emozioni che non hai nessuna intenzione di provare ancora. Canzoni che brami con voracità famelica, nel tentativo di riportare a te sensazioni e persone che non vorresti mai perdere. Non è mai un caso che ti vengano in mente, all'improvviso, il nome di una band o il titolo di una canzone che nemmeno ricordavi di conoscere. Ormai lo sai bene.

Il demone che ti porti appresso come uno shinigami di fumettistica memoria è difficile da tenere a bada e mangia a sbafo energia che ti costa poi altrettanta energia ripristinare. Un esercizio di stile equilibristico non indifferente. E' che detesti vedere gli oggetti deteriorarsi e le piante ammalarsi. Risvegliano in te un antico sentimento di onnipotenza al contrario. Qualsiasi fremito di foglia, qualsiasi rinsecchimento o avvizzimento è colpa tua. "Se avessi fatto...", "Se non avessi fatto...", "Forse se... allora non...", in un infinito loop di pensieri che tramutano l'Eros in Thanatos, e non puoi farci (ancora) niente.

Davvero quella bambina è ancora così potente? Possibile che ferite invisibili e apparentemente dimenticate brucino ancora così tanto, in profondità, annidate come infinitesimali minuscoli organismi unicellulari nei tuoi circuiti neuronali di adulta? Ti convinci che, trovando la chiave di quel codice a te indecifrabile, sia possibile risalire all'antico innesco che ha prodotto la reazione che ancora adesso si manifesta in presenza di fattori che il sistema interpreta come "scatenanti". 

Un giardino che potrebbe essere l'Eden si trasforma di colpo nel labirinto di Arianna, ma il filo anziché essere rosso si mimetizza, assumendo le fattezze delle radici dell'edera che dimorano e si avviluppano nel sottosuolo, difficili da estirpare o annientare, senza rischiare di danneggiare il terreno e le coltivazioni circostanti. Una casa che hai scelto quando non potevi forse realmente scegliere, diventa sempre più accogliente al suo interno ma ancora, per quanto ti sforzi, non riesci a domarla, a plasmarla, nel suo lato più esposto e selvaggio, paradossalmente il più vulnerabile. Che vorresti amare con tutta te stessa ma che finisci poi per odiare, e la ragione è che ti ricorda, come un impietoso specchio, di cosa siano capaci certi tuoi pensieri quando non vanno nella direzione dello slancio ma della paura di rovinare tutto. 

Cosa ti salva? Un paio di mani calde che sanno toccarti con rassicurante dolcezza, il sentimento che, qualunque cosa accada, la purezza di due profondità gemelle interconnesse non verrà mai meno. Una vicinanza che ricorda quella di Venere e Giove, così distanti a misurare davvero lo spazio e il tempo, così vicini visti da quaggiù, in una tiepida sera di quasi estate
 
YUKI, AKA PRISMA

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Soundtrack: Madame Lingerie - "La Cartomante"

9.5.15

Pearls

Hai bisogno di solitudine per scrivere, è sempre stato così. La musica, invece, compagna irrinunciabile, ti fa da guida, da traccia, da ermeneutica forza propulsiva per sciogliere quei groppi dell'anima che non riesci proprio a mandar giù. 

Alla vigilia (molto anticipata, a dire il vero!) di un nuovo viaggio, di tenore completamente diverso dal precedente, te ne stai aggrovigliata nelle tue incertezze, consapevole degli innumerevoli progressi, e cosciente, al contempo, dei tanti pericoli ancora in agguato. Primo fra tutti quei confini troppo labili per permetterti di essere fino in fondo te stessa, nel pieno del tuo potenziale, per consentirti un completo muoverti a tuo agio, ed un dialogo che sia davvero - e non soltanto ipocritamente - alla pari.

I segnali contraddittori che continui a ricevere non aiutano. Anzi. Una porta che si apre e poi subito dopo viene richiusa, quando ci si accorge che, còlto l'invito che si presumeva reale, hai già oltrepassato la soglia. Si recita a soggetto, ma qui il soggetto non sei tu. Casomai complemento, non si sa ancora di cosa. E risuonano, dentro, note ascoltate in tempi remoti, quando lontana ancora era la consapevolezza del loro reale significato. 

E' possibile negoziare, se, in fondo, non si è mai stati davvero alla pari? La domanda contiene già in sé la sua risposta. Ed è no, come quel no che a te non è consentito dire, in quel finto dialogo in cui all'altro capo del filo, nonostante venga richiesto il tuo parere, è già stato deciso tutto fin dal principio, ma a tua insaputa. E' una guerra di posizione, di inevitabile logoramento. E in questa guerra io sono una specie di pioniere, una cavia da laboratorio, che forse, si spera, un giorno spianerà la strada per chi verrà dopo. 

Come si può predicare in un verso, e poi agire in quello opposto? Sciocca! Incredibilmente ingenua! Non sai che è così che da sempre gira il mondo? Non ricordi il detto che cantilenava spesso tuo padre: "Ascolta quel che il prete dice, non guardare quel che il prete fa"? Quante cose mi dicesti un tempo! E come ne continuo a toccare con mano, oggi, la profonda, preziosa verità... 

Se una cosa l'ho imparata, è che, per poter arrivare in fondo al cammino che sto tracciando, si dev'essere ben corazzati. Fintamente ingenui e un po' troppo ottimisti (tanto per farsi coraggio!), ma assolutamente solidi, anche quando dentro ci si sente una pappetta molliccia e tendenzialmente informe. Non è così! Il tempo ce ne darà la dimostrazione. Non c'è spazio per gli sbrodolamenti. Qui non si può giocare d'attacco. Solo tattica. Sempre. 

Conosci il tuo nemico. Se ve ne sono i termini, prova a renderlo tuo alleato, altrimenti... passa oltre. Cerca nuovi compagni di sogni. Costruisci con loro. Non perdere tempo dietro a inutili scaramucce motivate da questioni di principio. Cogli le opportunità, ma non lasciare mai che diventino disonorevoli culs de sac, trappole per topi fessi camuffate da occasioni imperdibili. Qui di imperdibile c'è soltanto la tua dignità. Il valore che ti dai. E con quanto sei disposto a scambiarlo (e bada bene, che non sto parlando di soldi!). 

Forza e coraggio, puoi farcela. Un giorno rileggerai queste  mie parole, e sorriderai a colei che te le ha scritte, pensando di incoraggiarti. 

Ti abbraccio! 

YUKI, AKA PRISMA
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Soundtrack: Sacrifice - Elton John

14.4.15

Diamonds

A poche ore dal mio prossimo viaggio, la necessità di fermarmi e scrivere, vagheggiata e mai realizzata, purtroppo, da giorni, mi trattiene dal necessario e saggio riposo.

Ho riflettuto molto, di recente, sulla necessità del "nuovo" che va necessariamente preparata detronizzando prima il vecchio, scalzandolo con decisione dallo spazio che, il più delle volte, ha occupato per anni per inerzia, e non per effettivo merito o diritto dinastico. Questo processo richiede però primariamente un intimo convincimento che "si può e si deve" lasciar andare ciò che non ci serve, che ci è diventato estraneo, che se indossato ci porta a non riconoscerci più in quei panni che prima pure indossavamo come una seconda pelle ma, in fondo, era tutta una copertura.

Per cosa? Per uno strato più sincero, più limpido, più permeabile al mondo e alle sue ri-evoluzioni? O per quella perla nascosta che soltanto noi sappiamo di avere? Nessuna delle due. O forse entrambe. Quel che è certo è che per molto tempo ho faticato a liberarmi degli oggetti, dei vestiti, dei libri. Non importa quanto siano logori, inutilizzati o divenuti ormai a me irriconoscibili.

Ultimamente, però, modificandosi il mio rapporto con la dimensione del piacere e con la progressiva riduzione, ancorché lenta, di una certa mia rigidità, fisica e mentale, sta diventando sempre meno difficile eliminare almeno ciò che è palesemente stra-consumato, ciò che ha letteralmente fatto il suo tempo, ciò che in fondo non mi è mai appartenuto veramente. E finalmente anche lasciare andare tutto ciò che potrebbe pur continuare a vivere, ma altrove, con qualcun altro, di vita nuova.

Non tutto, va detto, dev'essere necessariamente defenestrato. Ci sono oggetti che facilitano il ricordo degli stati che abbiamo attraversato, come silenziosi e anonimi trofei che al solo guardarli  ci dicono tutto. Ma talvolta l'ostinato voler conservare ad ogni costo qualsiasi cosa diventa azione morbosa, rallentando il necessario processo di crescita. Come a dire che la crisalide non può diventare farfalla se prima non lascia cadere il bozzolo che prima la proteggeva.

Accade così che il lascito non voluto di una mia vita lavorativa precedente esca dallo spazio angusto in cui era rimasto relegato e prenda strade nuove e che questo diventi persino occasione di rinnovamento anche in altri ambiti, foriero di nuove conoscenze e occasioni di convivialità. Non male. Se soltanto ogni volta non mi cogliesse una smania di prendere e andare via, cercando nuova aria! Forse in fondo per scappare ancora una volta da me, mentre mi cerco, talvolta mi trovo, poi rifuggo ancora in un continuo divenire che assume ora l'immagine della spirale aperta verso l'esterno, ora quella del vortice che si richiude in se stesso, spinto da una forza centripeta in lotta con la sua oppositrice forza centrifuga che cerca di riprendere nuovamente il comando. Con la consapevolezza che ho bisogno di entrambe, che entrambe mi appartengono, mi completano.

Domani, dicevo, un nuovo viaggio, diverso da tutti gli altri, eppur simile nell'intimo. La certezza che non potrò mai incontrarti in nessuno di questi, né ovunque io deciderò in futuro di posare il cappello, come diceva qualcuno. Perché non è destino, a meno che non si decida di optare per un colpo di coda e stupirlo, interrompendo il flusso del Matrix con qualcosa di inaspettato. Come noi due che chiacchieriamo e sorridiamo, come se non avessimo mai smesso di farlo. Come una persona che si prepara ad accogliere l'altra che non vede da tempo ed è felice del suo arrivo, e non si sognerebbe mai di lasciarla sola ad aspettare oltre il tempo necessario per sbrigare l'imprescindibile. Come due persone che la distanza non allontana affatto, semmai avvicina, in cui mai si spezza qualcosa dentro, mai accade di sentire il "crack" dell'irreparabile, quello che fa sobbalzare l'anima e ci dice che sarà per sempre.

Oggi, mentre guidavo, pensavo che una volta ho detto che i cerchi si chiudono sempre. Il problema è capire quanto tempo ci mettono.

YUKI, AKA PRISMA

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Soundtrack: Perfect Circle - R.E.M.

30.1.15

Ore Piccole

Imparo a prendermi cura di me. Lentamente, gradualmente. Il mio corpo resiste, talvolta, ai nuovi stimoli, fatica a prendere coscienza delle sue tante parti trascurate o mal utilizzate. E soffre, si irrigidisce, si contorce, talvolta si stizzisce.  

Shhhht!, dice lei. Dolcemente, allegramente. Ascolta il tuo corpo, parla con lui! Lui sa. Lui ti chiede cosa è meglio per lui. Ed io ho fiducia, ma non ne sono ancora tanto sicura. Talvolta ho come l'impressione che invece mi chieda esattamente l'opposto e io, per pigrizia, lo lasci fare finendo poi per star male. Nulla di grave, per carità! Ma abbastanza per darmi l'esatta misura dei miei limiti e delle mie debolezze, sulle quali ho ancora molto lavorare.

Non mancano momenti di perfetto stato di grazia. Il corpo, abilmente guidato, si riposa, accoccolato. In quegli istanti, quando il mio cuore pulsa verso il pavimento, il petto gentilmente inclinato in avanti nella posizione del bambino, e mi trovo in completo stato di abbandono, mi sento più vicina alla radice del mio essere, alla sorgente che mi ha generata. A te. Sì, a te! Incredibilmente... ti sento.

Ci immagino, occhi negli occhi, stessa grandezza e colore, di profilo a guardarci con tenerezza, l'uno lo specchio dell'altra. Io sono te e tu sei me. Semplicemente. Senza alcuna implicazione. Due manifestazioni simultanee della stessa essenza. E mi sento bene. Tremendamente bene.

E' qualcosa di automatico, ormai l'ho notato da un po' e lascio che accada. Quando l'emozione è molto forte riesce persino a commuovermi. E' caldo, rassicurante e, in fondo, mi dico, questa energia così naturale e istintiva, benefica, arriverà pur a destinazione, in un modo o nell'altro.

Io me lo auguro. Perché è bellissimo ritrovare se stessi. Ed è bellissimo sentirsi ancora connessi.


YUKI, AKA PRISMA
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Soundtrack: The Wolves (Act I and II) - Bon Iver

7.1.15

Occhio Nel Cielo


Nella mia testa mi ritrovo a pensarti sempre più spesso e non so quanto la cosa ci faccia bene. E' diventata un'abitudine a cui non so rinunciare, come un pensiero rassicurante di cui sentirei troppo la mancanza, se ne facessi a meno. E' come se fra noi fosse in sospeso un dialogo senza tempo, un antico rito di scambio tra menti che si scoprono affini ad ogni ulteriore disvelamento. Un'inevitabile quanto inestinguibile desiderio di (ri)trovarsi, occhi negli occhi, come in uno specchio, a contemplare un'anima che si percepisce di avere ma che, in fondo, sappiamo di non conoscere mai abbastanza.

YUKI, AKA PRISMA
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Soundtrack: Battle - Blur

4.10.14

La Verità. Nuda e Cruda.

C'è troppa fragilità in giro. E aspetta solo che qualcuno l'accolga. Alcune persone sono come spugne, o specchi. Calamite per il dolore altrui. Talvolta ci si trova nel ruolo della spugna, talvolta in quello del liquido che vuole essere assorbito.

Nell'aprirsi all'Altro tante sono le dinamiche che entrano in gioco. Ciascuno è portatore di un vissuto che agisce in nome e per conto di chi lo contiene. Diventa allora imprescindibile porre le giuste barriere.
Ma come, senza ricadere nella trappola della fuga dal mondo? Si può "stare" senza farsi fagocitare o, viceversa, senza scappare? Me lo chiedo, oggi, che infinite scaglie di fragilità altrui mi hanno raggiunto da ogni lato, nel mio tentativo di darmi nuove opportunità di espansione nel mondo reale. La mia spirale ha cambiato direzione, ma in questo espandersi ha incontrato "troppo" e tutto insieme.

Ci dev'essere qualcosa in me (anzi, lo so per certo) che richiama questo tipo di interazione, che spinge le persone ad affidarmi carichi emotivi e personali molto profondi. Intendiamoci, mi sento onorata e privilegiata per questo. E lo desidero, anche. E' che diventa un problema quando una parte di me spalanca oltremodo le porte e lascia entrare molto più di quanto mi sia umanamente possibile gestire. E' come se incoraggiassi, in alcuni, una richiesta esagerata a cui devo poi costringermi a porre un limite. Ho imparato a farlo oggi molto più che in passato, ma evidentemente ci sono persone con cui ancora emerge questo mio tallone d'Achille. E fa male.

Obiettivi imprescindibili per il mio prossimo futuro: imparare a dosarmi in maniera più salutare per me e improntare le relazioni umane su un piano che non sia necessariamente quello della "salvatrice" o, viceversa, anche perché non c'è proprio nessuno da salvare. Ci si può stare accanto, per quanto possibile, ma ciascuno è in fondo responsabile ultimo della propria salvezza. E questo, ovviamente vale anche per me.

YUKI, AKA PRISMA

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Soundtrack:Take It Or Leave It - Madness

22.9.14

Colonne Sonore

Questa la vorrei suonata al mio funerale. Sappiatelo.
(il più tardi possibile, però... ché ho ancora un sacco di cose da fare!)

YUKI, AKA PRISMA

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Soundtrack: Condemnation - Depeche Mode